RIPARTENZA!!! 14-15/10/13

Dopo essere ritornato a Santiago, saluto per l’ultima volta la città, San Giacomo (che tra l’altro è anche un rione di Città di Castello…) ed aspetto la navetta per l’aeroporto.

All’aeroporto di Santiago, dove arrivo in serata, verso le 20, ritrovo con gran piacere Mauro, con cui abbiamo trascorso insieme la fase 1; quello di “Vacca zio!!! Ma dove andate? Alla guerra?”. E’ tutto un raccontarci le ultime novità su di noi, degli altri amici, delle amiche…

Prendiamo l’aereo ed arriviamo a Bergamo circa a mezzanotte.

All’aeroporto di Bergamo.

Ci salutiamo e io prendo un bus in direzione Milano centrale. Trovo l’autista che, dopo aver visto il mio biglietto, si incacchia a morte nei confronti di una coppia straniera. Non so che cosa abbiano fatto di male. E’ incredibile l’odio che è riuscito a tirare fuori. Ho capito che sono rientrato nel mondo, nella mia Italia, con le sue potenzialità e contraddizioni.

Arrivo alla stazione centrale. Sono circa le 1.30. Fuori non ho voglia di stare. L’ingresso della stazione è sorvegliato da poliziotti. Mi avvicino e dico di avere il treno l’indomani mattina, dopo qualche ora. Gli agenti ci pensano su e mi dicono:”Ok entra, ma mi raccomando non ti addormentare. Dentro ci sono persone poco raccomandabili”. Li assicuro che non mi addormenterò ed entro. Ovviamente tutti i negozi della stazione sono chiusi. Sono disponibili solo le macchinette automatiche. Mi scolo due coca-cole; ed un caffè. Per tenermi sveglio. E pertanto, non sapendo cosa fare mi giro la stazione. Ho trovato una ventina, se non più, di barboni; chi dormiva, chi evidentemente ubriaco abbaiava con altri. Poi, dopo aver fatto riposare le gambe in un angolo, e schiacciato un pisolino, riparto per la mia ronda. Mi metto a parlare con un clochard, aveva barba fortemente incolta, un po’ stempiato, sulla 45 di anni. Dal tono della voce era presente tutto l’astio verso una vita che, nel giro di pochi mesi, gli si era rigirata contro. Aveva un buon lavoro, una moglie, 2 figli. Nel giro di poco tempo, avviene il patatrac. Lavoro perso. Separazione dalla moglie, divorzio. Fine. Di lui non resta che uno straccio d’uomo che vaga per la stazione di Milano parlando di gossip milanese, macchine, calciatori famosi e veline. Dal suo tono di voce intuisco che calca molto l’attenzione e di continuo quando parla di macchine lussuose, abiti alla moda, bella vita. Forse era il suo modus vivendi precedente o era stato il suo obiettivo di vita nel periodo di normalità, miseramente non raggiunto, e anzi, tutto il mondo che gli si è sbriciolato sotto i piedi. In queste circostanze vorrei proporre la vicinanza di Dio. Alcune volte lo faccio. In questo caso non mi sembrava il caso. Gli ho parlato solamente di quello che Dio aveva fatto su di me, dicendo che mi dispiaceva per quello che era capitato a lui. Dopo altre battute, mi rimetto a sedere in un angolo. Passano delle pattuglie della pol-fer. Mi chiedono se va tutto bene, rispondo di si. Al loro passaggio, alcuni clochard, prendono i loro teli e scappano verso i binari. Come topi. E’ veramente deprimente questa visione. Ma è la realtà. Topi che abitano le fogne della Milano bene, mentre sopra di loro milioni di Euro vengono dispersi o in cose di poco conto, oppure ancora peggio, utilizzati e riciclati per alimentare circoli mafiosi, o circoli tangenziali che impediscono il sano ed equilibrato meccanismo del mondo del lavoro: drogandolo e deturpandolo. Finche duri e consumi ti considero. Appena esci dal ciclo produttivo diventi uno scarto. Da non voler vedere, come accade alla polvere quando la nascondi sotto il tappeto. Occhio non vede, coscienza non duole. Mi sono permesso una piccola libertà…

Non ho voluto mettere appositamente la parola fine a questo lavoro. Non scrivo neanche le conclusioni. Questo Cammino di Santiago non è stato ne’ speciale, ne’ normale. In qualche modo sono tornato dal Monte; come un apostolo invitato da Gesù a scendere dal Tabor. E’ bene riservarsi dei periodi sabbatici per ri-orientarsi verso Dio, e in modo sano verso se stessi.

C’è il mondo che attende una risposta. Fino a quando ci saranno persone come il tizio della stazione centrale, potrei dire che lo Stato, la Chiesa, noi, abbiamo fallito.

Come posso, o Ministro, permettere che esistano situazioni simili, quando si sprecano e soldi e cibo, con cui potremmo stare in salute ed essere nutriti in modo equo; come potremo lasciare che dinamiche delittuose siano ipocritamente presenti e sotto gli occhi di tutti negli ingranaggi produttivi delle multinazionali salvo poi lavarsi la coscienza e la fama istituendo fondi di beneficienza?

Come posso, o Cristo, farti scendere nell’Eucarestia, nutrirmi di te, quando non riesco a vederti nel volto di chi mi sta vicino e nel permettere che ingiustizie strutturali persistano senza che io possa fare niente?.Come posso permettere di non vederti nel disoccupato, nello sfrattato, in quello del barcone, nell’abortito, nel malato di covid?

Come in un dipinto di Caravaggio siamo chiamati ad essere luce, che illumina le tenebre. Lievito nella pasta. (ora che sto rimettendo mano in cucina, dopo molto tempo, ho notato che per la panificazione basta pochissimo lievito, se ce n’è troppo si gonfia!!!). Sale, sapienza nell’insipienza. Non per farci grandi noi (un po’ è sempre piacevole dai… 🙂 ) ma attraverso di noi rendere lode a Dio, che ci ama, opera in noi e vive e regna nei secoli dei secoli. (se in questo momento avete detto Amen vuol dire che state vivendo sotto l’effetto di riflessi condizionati; dite questa frase perché è un abitudine, probabilmente non avete letto nemmeno cosa ho scritto!!! Pavlov si sarebbe fatto due risate)

Noi siamo poca cosa, siamo terra, ma allo stesso tempo siamo Figli di Dio. Spieghiamo le vele. Lo Spirito soffia, le vele lo accolgono e la barca si sposta. La stella polare ce l’abbiamo. Il modello e la modella ce l’abbiamo: Gesù e Maria. Ora non resta solo che augurarci buon viaggio di Vita. Buon Cammino. Anzi ve lo dico in Onlioestanliesco: “Buen caminou!!!”

Per ritrovarci più avanti, e possibilmente più in alto: ULTREYA Y SUSEIA!!!

POST (2): Fatima e Oporto 10-14/10/13

La mattina, saluto il proprietario del bar, mi prendo un cappuccino. (non offerto, il commerciante è commerciante in aeternum). Mi dirigo con la mia mochilla verso la stazione dei bus. Arriva Micheal, ci salutiamo. Arriva il bus, partiamo.

Il bus arriva ad Oporto dopo circa 4 ore. Il tempo del cambio e arriviamo a Fatima nel pomeriggio. Scendiamo. Nel frattempo, mi ricordavo di avere alcuni contatti che ci avrebbero probabilmente ospitato a Fatima. Sono delle consacrate del Centro Volontari della Sofferenza. Associazione fondata da Mons. Luigi Novarese, di questa associazione mia madre è attualmente la responsabile regionale. Contatto mia mamma che a sua volta mi passa i contatti delle sorelle. Le chiamo e per fortuna hanno giusto 3 giorni in cui la struttura è vuota, prima che si riempia il 13 Ottobre.

La stazione dei bus è vicina alla zona del Santuario. Pertanto diamo una perlustrata veloce intorno. E cerchiamo informazioni su dove è posta questa struttura. Facciamo il tratto di strada a piedi. Dopo di che, veniamo accolti da Sita e da Michela e dalle altre 2 sorelle (non di sangue, ma di fede), e ci accompagnano nelle stanze. La sera stiamo a cena con loro. Una buona minestra e un po’ di salumi.

Il Centro Volontari della Sofferenza, dove opera una comunità di consacrati chiamati “Silenziosi operai della Croce”, è stato fondato con la missione di ri-abilitare la dignità degli ammalati, soprattutto degli handicappati. Non sono solamente oggetti della cura sanitaria o sociale, ma essendo persone sono anche soggetti attivi. Diceva un mio professore di Psicologia di Firenze: il miglior primario, nei confronti di una malattia, è sempre il malato. Lui sa come conviverci giorno e notte, 24h no-stop. Il ruolo di Luigi Novarese è stato fondamentale per aver contribuito, in ambito italiano, ad allargare lo spettro semiologico della cura del malato allargandolo in una dimensione olistica. In quanto, non basta l’oggettività delle dinamiche sanitarie, anamnestiche, prognostiche, e terapeutiche; ma è necessario chiamare in causa anche la soggettività del malato che diventa parte attiva di questo processo di guarigione.

Oltre che aver contribuito a dare nuovi spunti al sistema sanitario nazionale. Novarese ha dato molti spunti alla Chiesa Cattolica. Il malato non deve essere trattato come oggetto di pietà. Altrimenti si creerebbero, come già si sono ampiamente creati, sindromi da crocerossina, sindromi del barelliere, o sindromi da infantilità, ove il malato resta sempre e comunque in una fase vittimistica. Non riesce a reagire e anzi a considerare la sua “ferita” come una feritoia; una opportunità per contribuire, secondo la scandalosa logica cristiana di collegamento con i patimenti di Cristo, alla salvezza degli altri e del mondo.

Il mondo della sofferenza è un mondo molto particolare. Ho visto gente sana come un pesce drogarsi, e gente inchiodata ad un letto capace di trasmettere felicità e gioia di vivere. Ne vogliamo parlare? Forse meglio di no. Ci vorrebbero molte altre pagine… e mi piacerebbe finire di scrivere questo testo prima dell’estate.

Pertanto ritorno a Fatima. La sera, la sorella del Cvs ci avvisa che il 12 e il 13, i giorni in cui saremmo stati li a Fatima (tra l’altro senza aver programmato nulla) ci sarebbero state le celebrazioni per l’anniversario della fine delle apparizioni. Erano cessate il 13 Ottobre 1917.

Pertanto stupiti di questa coincidenza, io e Micheal passiamo in preghiera il 12 pomeriggio. Io mi confesso. Micheal si confessa da solo, avendo il rapporto diretto con Dio. (beato lui 🙂 ) Visitiamo la Chiesa. Micheal ovviamente vede tutto dal punto di vista filo-protestante, è seguace della Free Church; pertanto, riesco a capire, un po’ dall’inglese maccheronico con cui si esprime, che la Chiesa-istituzione non gli sta tanto a genio. Però rifiuta le precomprensioni ed è molto aperto al dialogo. La sera è stato uno dei momenti più suggestivi di questo periodo. La veglia in preghiera sul piazzale del Santuario con migliaia di persone con candele accese. Vi giro a breve qualche foto – video.

Santuario di Fatima.

Ho fatto questa foto il 12 Ottobre nel pomeriggio. Non ci sono effetti speciali. Il cielo dietro il santuario era effettivamente tetro in quel modo. Sempre a livello simbolico ho pensato che, negli anni a seguire ci sarebbero state molte nubi, molti temporali, molte tenebre, insicurezza e venti contrari. Ancora una volta sembra di rivedere un quadro caravaggesco.

Ma la luce di Maria, sarebbe rimasta un faro su cui orientare la nostra vita. Maria era definita dai padri, precisamente da San Girolamo, la Stella Polare. Anche un antico inno cristiano recitava così: Ave Maris Stella… Vi allego uno spartito che potete anche cantare. La traduzione è in fondo.

E’ interessante notare come alcuni termini ritornino in questo pellegrinaggio con grande frequenza: stelle, nave, mare, faro…

Poi la sera siamo tornati alla casa base. Cena, per poi riprendere il sacco a pelo e ritornare alla Basilica. Avremmo passato una “veglia d’armi” in onore di Maria. Ovvero stare a dormire all’aperto, sotto il portico in attesa della mattina seguente dove avremmo assistito alle celebrazioni ufficiali.

La veglia fu molto suggestiva: Un rosario intervallato da canti e riflessioni.

Veglia del 12 10 2013. Fatima

Quel giorno fu un concentrato di eventi e di simboli. Pensate che la Statua “originale” di Fatima, quella con il proiettile che colpì Giovanni Paolo II incastonato sulla corona, era arrivata con l’avion, l’aereo a Roma il giorno stesso. Il giorno dopo Papa Francesco avrebbe recitato in piazza San Pietro un atto di affidamento a Maria.

In questo momento anche Micheal, mi accennava che sentiva delle “positività”. Pertanto, anche se la venerazione di Maria non faceva parte della sua tabella di marcia, restò molto soddisfatto di queste espressioni religiose.

Vegliamo per un po’ fino a dormire qualche ora sulla pietra ghiacciata del santuario. La mattina dopo ci alziamo verso le 9.00.

Il sole era già abbastanza alto e veniamo svegliati dai pellegrini che cominciavano ad arrivare, portandosi da casa sgabelli, avrebbero assistito (o partecipato) alla s.Messa in modo più comodo. Dopo un po’ comincia la celebrazione. La presiede un cardinale, anche famoso, ma non ricordo chi fosse. Finita la celebrazione torniamo alla base per pranzare e fare i bagagli.

Proprio in queste ore, (oggi è il 28 Aprile 2020) ho scoperto un altro tratto del filo rosso della mia vita che stavo cercando in questo lavoro di rivisitazione del cammino di Santiago e che sta ricollegando molte cose. Ho cercato un segno ed è arrivato. Proprio oggi. Dio sia lodato.

Il segno ovviamente è personale. Ma vi posso accennare che è presente nelle letture della S.Messa del 13 Ottobre 2013. E questo segno è collegato con la figura del profeta Eliseo.

Se vi piace l’idea, e Dio me ne da l’opportunità, potrei scriverli nei prossimi articoli di blog, o ci potrei fare un libro. Potrebbe essere l’inizio di una saga, e speriamo che la prima a non si trasformi in prima e… E non sto parlando di classi scolastiche. Chi ha orecchi per in-tendere in-tenda, gli altri in roulotte.

Dopo la Messa torniamo alla casa Cvs della Comunità di Fatima. E’ l’ultimo pranzo. Ed è un giorno di festa per tutta la cittadina di Fatima. Ed anche per noi pertanto. Ci fanno un ottimo pranzo.

A tavola ero seduto vicino a Micheal e ad un prete spagnolo che sapeva un po’ di italiano. E’ cominciato un battibecco tra Micheal e questo prete. Pertanto mi sono ritrovato a fare da traduttore tra un tedesco che parla un po’ di inglese, io che sono italiano e tradurlo in spagnolo/o italiano per il nostro prete interlocutore . E poi viceversa, per il verso contrario. Alla fine della discussione avevo la testa che mi fumava, anche se è stato molto divertente. Ora posso capire la fatica di quelle ragazze che devono tradurre in linguaggio dei segni i i discorsi di qualche politico… Ho visto in televisione che dopo qualche minuto si danno il cambio. Poverette. Dovrebbe essere veramente faticoso.

Dato che stiamo parlando di papi, di sordo muti…etc Vi racconto un episodio del 2007.
Eravamo a Santa Maria degli Angeli e suonavamo con il gruppo One Way durante la visita di Benedetto XVI. Ora, davanti a noi c’era un gruppetto di sordo muti. E una suora traduceva in gesti i discorsi del papa e dei vari speakers. Tra questo gruppo c’era una ragazza di una quarantina d’anni che non staccava gli occhi da Davide B. un nostro cantante. Allora tutti dissero :”Davide, c’è una ragazza che è innamorata di te”. Allora risposi: “Probabilmente è l’unica cieca del gruppo dei sordo muti”.

Bene, la cretinata del giorno l’ho detta. E’ bene che ora riprenda il mio zaino e me ne vada. Ormai le devozioni le ho fatte tutte, il giorno dopo ho l’aereo. Salutiamo le gentilissime sorelle e ce ne andiamo verso la stazione dei bus.

Micheal desiderava tornare a Santiago, io volevo restare in Portogallo, e ci salutiamo. Da quel momento non ci siamo più rivisti. Ci siamo sentiti per messaggio 2 o 3 volte.

Io e Micheal.

Lui prende il bus per Santiago, io quello in direzione Oporto.

Arrivo nel pomeriggio in questa particolarissima città. Arrivo all’ostello, e gli albergues del cammino, a confronto, erano delle Domus Auree. La stanza è strettissima e ci sono 4 moduli con un letto ciascuno dentro alle pareti. Lascio la roba pesante e faccio un giro in città. Mio padre mi ha molto decantato la prelibatezza del baccalà portoghese, pertanto cerco un locale che sembri offrire qualcosa di buono. Eccolo. Entro, il cameriere mi porta il menù, capisco che in una voce c’è scritto baccalà e gli chiedo quello, assicurandomi che sia quello “tipico”. Il cameriere risponde di sì e se ne va. Il prezzo a dire la verità mi sembrava un po’ alto. 8 € . Dopo capii il perché. Mi arrivò in pratica una teglia… sarà stato 1 kg e mezzo di baccalà e patate. Infatti il cameriere, quando pensavo di prendere altro, al momento della ordinazione, mi disse a gesti: prendi questo poi ne parliamo. Aveva ragione. Uscito dal ristorante, molto sazio e contento, mi dirigo verso il centro del quartiere. Era tutto chiuso. Scambiai qualche battuta con delle persone che stavano ricevendo aiuti alimentari di fronte ad una chiesa. Poi vidi un bar in cui c’era musica dal vivo. Una vocalist ed un chitarrista suonavano, mentre una cinquecento usciva dal soffitto e passava dietro le loro spalle. Se non credete vedete questa foto:

Musica Live a Oporto.

Dopo aver bevuto un drink. Mi alzo ed esco. La qualità musicale era “sanza lodo e sanza infamia”.

Non volevo tornare all’ostello subito. Pertanto giro per le strade fino a quando sento della musica provenire dal secondo piano di un palazzo. La porta era aperta. Mi dico! Che faccio? Provo ad entrare? Mah si, proviamo. Apro il portone del palazzo antico e salgo le scale con nochalance. Ho un po’ di timore, ma la curiosità vince. Dopo aver passato il primo piano, arrivo al secondo, da dove proviene la musica. Era musica tango. Apro la porta semi aperta e, come se fossi un abituè del posto, dò un occhiata furtiva, entro e mi metto a sedere ad un tavolino. Non c’era molta gente. L’atmosfera era molto soft. Anche un po’ oscura. 3-4 coppie di mezza età ballavano su una minuscola pista, posta vicino alla porta, poi salendo tre gradini di parquet c’erano i tavolini e il bancone. Dopo essermi seduto al tavolino. Si avvicina un cameriere e mi chiede se voglio ordinare qualcosa; mi prendo un Whisky. Dopo qualche minuto mi prende sonno. Riprendo le mie cose e torno in ostello. Voglio specificare che ero vestito da pellegrino.

Rientro nello sgabuzzino-camera, magari tappezzata con dei fantastici ritagli di fumetti.

Mi in-umo nella mio letto-bara. Non prima di essermi lavato. Porto con me portafogli e telefono e chiudo la tendina. Gli altri 3 della camera non hanno fatto troppo rumore durante la notte.

Qualche anno fa, a Berlino, eravamo in 8 in una camera di ostello. E c’era un russo di 20 anni ubriaco. Per alcune ore fu un continuo susseguirsi di chiacchiere ed imprecazioni: Apri la finestra, chiudi la finestra, sto male, ho bisogno di aria. C’è puzza… dopo qualche ora, dopo esserci lanciati delle occhiate in tal senso, con gli altri della camerata eravamo pronti per andare a menarlo… No scherzo, quella era la idea di tutti sicuramente, ma la prassi adottata sarebbe stata quella di andare a contattare il gestore dell’ostello. Quando stavamo per alzarci il pupo si addormentò, quindi la questione finì là.

La mattina dopo, faccio colazione in un bar e dato che è l’ultimo giorno chiedo due bottiglie di Vino Porto. Li riporterò ai miei, e a mio zio. Riprendo il bus per Santiago dove arriverò dopo 4 ore.

POST (1) Muxia – Santiago 8-9/10/13

Ora comincia il cosiddetto Post. A Santiago sono stato, Finis Terrae anche, ora mi devo organizzare i giorni successivi fino all’aereo di ritorno precedentemente prenotato per il 14/10 a mezzanotte: Santiago de Compostela – Bergamo. Pertanto mi rimangono 7 giorni. Non posso stare a Santiago tutti e sette i giorni, che cosa faccio? Vedremo. Anche la provvidenza saprà guidarmi.

La mattina parto da Finis Terrae verso le 7.15 e l’immagine che colgo è molto pittoresca:

Una barca sta pescando da sola in mezzo al mare, con una lanterna accesa.

Il cammino verso Muxia è molto bello. Ormai ho finito le parole. Vi giro le foto come fossero diapositive…

Mi ricordo, che quando ero bambino, alcuni amici di famiglia ci invitavano a vedere le diapositive fatte e proiettate su un muro. Il più delle volte erano foto talmente banali che alla quarta, se andava bene ti addormentavi; oppure eri costretto con aria fintamente interessata a dilungarti ed esclamare dei muggiti come” oooh,”, “mmmh”, “uau” “Toh, questa foto sembra uguale alle precedenti 34, che combinazione”; “che bellooo”. Spero che le mie foto non siano state stuccanti. In caso contrario ve le beccate così come sono. 🙂

Dopo una giornata di cammino, molto tranquilla (ormai non mi corre dietro nessuno), arrivo e tocco con mano ciò che ha motivato la partenza del mio cammino. Questo luogo qui!!!

La Chiesa di Muxia.

La tradizione vuole che mentre Pietro e Paolo erano andati a predicare a Roma. San Giacomo fu inviato in Spagna; sembra che la sua predicazione non ebbe successo. Le popolazioni del posto erano rimaste ostili alla novità della buona notizia (del Vangelo). Così, mentre Santiago stava in preghiera, gli apparve la Madonna in mare; era sopra una barca e gradualmente si avvicinava. Una volta vicino gli disse che la sua missione in quel luogo era finita e quindi poteva tornare a Gerusalemme. La barca della Madonna era di pietra e si andò a sfasciare su questo litorale, tutte le pietre presenti in questo luogo sono la rimanenza del “naufragio” della barca della Vergine. Per questo è chiamata Virgen de la Barca. Maria lasciò comunque all’apostolo una icona. In questo luogo fu innalzata una chiesa per la venerazione di questa immagine.

Nella notte di Natale dello stesso anno del mio pellegrinaggio, il 2013, un fulmine colpì il tetto della Chiesa; distruggendone una gran parte. Ora dal 2015 è di nuovo aperta al pubblico.

Ora cominciano da questo momento in poi dei segni molto particolari. Delle coincidenze, delle giustapposizioni temporali, probabilmente pensate per me da Dio. Devo essere sincero, non ho programmato niente per questi giorni. Sarebbero dovuti essere di riserva per eventuali fermate causate da tendiniti o malattie; per fortuna in cui non sono incorso.

Di solito, tra credenti, abbiamo la presunzione di poter “gestire” le cose di Dio. Ovviamente c’è anche bisogno di organizzazione, di pianificare. Va tutto bene, per carità. Quello che emerge, comunque è la non libertà di assecondare le mozioni dello Spirito Santo, che richiede una libertà di movimento quasi totale. Non in disaccordo con la Santa Chiesa e con il Vangelo, chiaro. Altrimenti un regno diviso in sé stesso va in rovina…

Ma se uno fosse più attento alla presenza dello Spirito, riconoscerebbe che nella sua storia esiste un filo rosso (così mi diceva mons. Domenico Cancian, mio carissimo Vescovo di Città di Castello) che lega tutta la sua esistenza. E ogni tanto, specialmente agli svincoli, si mostra in maniera più evidente. Sia per confermarti nella strada intrapresa, o per farti svoltare qualora ce ne fosse la necessità. Il tutto ovviamente sotto la guida e il consiglio di un’altra persona. E’ molto rischioso fare da soli. C’è il rischio costante di cantarsela e sonarsela.

Comunque è bellissimo notare come Dio, da abile tessitore, sta formando il disegno della tua vita a volte con una tessitura molto stretta e frequente. Alle volte, per fare un bel disegno, ha bisogno di ricamare con l’ago punti molto distanti tra loro. Il bello è che per la stragrande maggioranza della nostra vita noi vediamo solamente il retro di questo disegno della provvidenza. Immaginate un tappeto, ecco. Come ogni persona che abbia visto un tappeto può aver notato (e mi auguro tra questi risultiate anche voi), la parte posteriore è piena di fili di ogni colore, disposti in modo confusionario, fili più grossi, più fini etc. Bene. Ogni tanto Dio gira il tappeto e mostra lo splendore del tappeto che sta realizzando e a volte ti dice: ” che ne dici? Ti piace?” . E in brevissimo ritorna a lavorare. Ma dato che questo tappeto è fatto insieme a te, il più delle volte puoi apportare anche te delle modifiche. O cambiare la trama. Che Dio da buon Padre premuroso, si adatta a modificarlo.

Pertanto, arrivato a Muxia, prendo posto ancora, per la 32° volta, in ostello. Ormai è diventata un’abitudine. Mi sistemo e incontro Adriana. Se vi ricordate, anche lei era a Grañon… E’ stato bello passare questi momenti con lei. E’ una persona molto speciale. Nel 2019, facendo il cammino francescano era approdata ad Assisi, ha cercato e trovato il mio contatto. Abbiamo preso un caffè insieme in piazza del comune. Ogni tanto ci sentiamo.

Io e Adriana. Con Muxia sullo sfondo.

Anche in questo caso mi riservo le ultime ore della giornata per pregare e meditare. Per guardare costantemente il sole, ho avuto un pallino fosforescente che mi si è ripresentato continuamente davanti agli occhi per una settimana.

Ora, per quanto riguarda il camminare ci metto una croce. E ve la metto anche nell’immagine qui di sotto. 🙂

Muxia.

La sera, dopo il consueto tramonto, torno in ostello.

La mattina dopo avrei preso un bus che mi avrebbe riportato a Santiago. Pertanto mi alzo, molto presto, mi sembra alle 6.00 e, alla stazione di Muxia, sono solo io a partire; arriva il bus, entro e mi siedo nella fila dietro l’autista. Mano a mano cominciano ad entrare studenti, fino a che il pullman si riempie. L’autista aveva un modo di guidare molto spericolato, c’erano molte curve; nonostante io non abbia problemi di mal di bus, o mali simili, anzi… in quel preciso momento avevo un’imbarazzo terribile, dovevo trovare ad ogni costo qualche stratagemma per resistere. A mali estremi avrei aperto il borsone e ci avrei ricacciato dentro (mi ricorda un amico sassofonista di Umbertide, A., che durante la festa dei ceri a Gubbio, non potendo uscire dalla compagine della banda, che nel frattempo stava già suonando, pensò bene di girare il sax verso di sé e vomitare dentro la campana del suo strumento). Avevo alla mia destra una ragazzetta sui 90 kg, e il corridoio era pieno di studenti. Credo che questo imbarazzo sia stato dovuto anche al fatto che gli unici mezzi di trasporto utilizzati nell’ultimo mese sono stati la macchina il giorno prima, il cavallo del Cebreiro e i piedi. Poi c’era anche da dire che questa ragazzetta si era improfumata come se fosse andata a ballare. Dopo un po’ riconosco l’entrata della città, e l’ingresso dell’autostazione. Tiro un respiro di sollievo. Appena uscito, bianco come un morto, barcollo verso il bagno dell’autostazione, e incredibilmente non riesco a buttare fuori nulla. Mah. Mi riassetto bevendo qualcosa di caldo al bar e poi rientro in città.

Ancora foto con amici del cammino ribeccati in città.

Ora in questa mattinata ne approfitto per fare un esperimento. Durante il cammino avevo imparato un po’ di spagnolo. Avevo anche acquisito una buona pronuncia. Pertanto entro in una pizzeria e mi metto a parlare con la commessa. In Spagnolo. Volevo vedere quanto riuscivo a durare prima che sgamasse la mia italianità. Niente, il discorso filava liscio. (ovviamente era uno scambio di battute, non stavo recitando la Divina Commedia in Castillano, oppure elogiavo il sapore fruttato ma intenso del vino della Rioja con retrogusto fiorito e mediamente tannico). Comunque sia, dopo alcuni minuti mi fa questa domanda: “Ma di dove sei? Di Madrid?”. Al che il mio orgoglio ha fatto un moto di esultanza che la ragazza ha percepito dicendomi “ma come, non sei spagnolo?” Al che, con fierezza ho detto di essere italiano.

Uscito dalla pizzeria trovo questo signore.

Riuscì a dirmi alcune cose della mia vita senza averlo mai visto prima in vita mia. Fu contento quando gli pagai il pranzo. Parlando gli dissi che la sera avrei voluto pernottare a Santiago, in centro se era possibile. Non volevo allontanarmi troppo per andare su qualche ostello. Ma non volevo nemmeno spendere soldi per gli alberghi. Al che mi porta in un bar a 2 passi dalla piazza. Parla con il barista, e questo mi porta in casa sua al piano superiore dove mi mostra una stanza minuscola con un letto. Mi fa vedere il bagno anni’70. E il prezzo era ridicolo. Così passai la notte in casa del barista al primo piano, a 20 mt dalla piazza principale.

Prima di sistemarmi per la notte, andai a vedere con una visita guidata, la cattedrale e il tetto della stessa.

Un’altra coincidenza avvenne proprio quella sera. Erano molti giorni che non rivedevo Micheal, il mistico tedesco. Avevo intenzione di non restare a Santiago. Volevo spostarmi. La meta più ovvia fu Fatima. Non ci ero mai andato. Pertanto prenoto il bus con Flixbus delle 7.40. Mando un messaggio a Micheal dicendogli che sarei andato a Fatima. E mi disse che anche lui avrebbe preso lo stesso Bus.

La provvidenza ci avrebbe riservato un’altra bella sorpresa.

Arrivati!!! Santiago e Finis Terrae 6-7/10/13

La mattina, ormai riposati dall’ultima tappa, lasciamo l’ostello. Prenotiamo una camera d’albergo con booking per la sera stessa. Ho una foto delle 9.40 da questo albergo. Abbiamo fatto check-in mattutino e poi giornata dedicata al nostro grandissimo San Giacomo.

Sara alla hall dell’hotel.

Dopo aver sistemato i bagagli, torniamo verso il centro e ovviamente incontriamo gente incontrata lungo il cammino con cui facciamo le foto di rito. E’bello ritrovare a Santiago gente che non rivedevi da 20 giorni, addirittura una ragazza la incontrai a Saint Jean e poi me la ritrovai a Santiago. Oppure gente dell’ultima ora. Allego qualche foto della mattinata.

Stefano, Giulia, Sara, io e Rita.
Con i canadesi, alla mia sx Debby.
I Paoli di Modena.

In mattinata abbiamo assistito alla S.Messa, e per l’occasione, dato che c’era un gruppo consistente, hanno azionato il botafumeiro.

Il botafumeiro è un grande incensiere, di cui si ha notizia fin dal XVI secolo, ma era probabilmente più antico. Oltre al servizio liturgico, probabilmente serviva da “profumatore” dato che i pellegrini venivano ammassati per dormire la notte al primo piano della cattedrale, e dopo aver percorso chilometri e chilometri sicuramente emanavano cattivo odore.

La giornata passa in maniera molto tranquilla, dopo il pranzo mi vado a vedere il museo della Cattedrale, scialla per i bar di Santiago. E infine mi faccio un giro. Cena, poi, dopo cena assistiamo alla esibizione di un gruppo folk di fronte alla cattedrale.

Con Monia e Nina.
La cattedrale illuminata.

Torniamo all’albergo e la mattina dopo abbiamo programmato di andare a Finis Terrae io, Rita, Sara, Giulia e Stefano. Stefano noleggia la macchina e la mattina dopo, alle ore 9.00 dopo la colazione fatta in hotel, sarebbe venuto a prenderci di fronte alla Hall. Facciamo Check Out e partiamo per Finis Terrae.

Stefano e Giulia. In partenza per Finis Terrae.

La distanza tra Santiago e Finis Terrae è di circa 70 km. Ma per me il pellegrinaggio è concluso. E da quello che mi sembra di capire anche per gli altri. La giornata è splendida. Come dicevo nei primi capitoli, i pellegrini, dopo essere stati a Santiago approdavano a Finis Terrae (che appunto significa la fine della terra – fino ad allora conosciuta).

Lì erano soliti fare dei riti purificatori. Bruciare gli antichi vestiti e bagnarsi nelle acque dell’Oceano. I vestiti non li abbiamo bruciati ma il bagno ce lo siamo fatti. Ovviamente bisogna pensare a quali emozioni poteva suscitare questo mare ad un pellegrino medioevale. Era il punto più estremo della terra. Oltre quel mare c’era l’infinito. Popolato nella fantasia di mostri marini, sirene che attraevano i naviganti con il loro canto stregato, e rappresentava il limite della conoscenza. Al di là c’era l’ignoto.

Dopo una sonora mangiata di pesce, facciamo le classiche foto al faro. E al cippo che segna il km.0.

I miei 4 compañeros riprendono la macchina e ritornano a Santiago. Io, invece resto qui. E’ un momento molto mistico. Dice Jovanotti “Io lo so che non sono solo anche quando sono solo, e rido e piango, e mi fondo con il cielo e con il fango.”

Dopo aver sistemato le robe in un ostello, mi inerpico su una montagnetta e aspetto lì il calare del sole; il tramonto sull’oceano. Resto lì impietrito di fronte a tanta bellezza.

Ma più che per la bellezza in se’, che voi mi direte è trovabile anche in Italia, è più il valore simbolico che questo tramonto suscita.

In questo momento non ci sono parole. Non perché non avevo da dirne; anzi. Come avete avuto modo di leggere, potrei essere anche molto loquace.. Ma è il momento in cui tutto si sedimenta. E resta solo da contemplare. E ringraziare.

Ritorno in ostello e non ho voglia di fraternizzare con nessuno… Scambio qualche chiacchiera con un seminarista di Torino. Era molto incacchiato per come è la Chiesa, di qua, la Chiesa di là… Vabbè, se era in un altro momento del cammino avrei parlato volentieri e intavolato una discussione. Questa sera non ho voglia. La mattina dopo, partirò a piedi per andare a Muxia. La mia meta ufficiale, dopo Santiago, beninteso.

3-5/ 10/13 a Santiago de Compostela

Eccoci alla parte finale. La meta tanto desiderata, sognata, odiata, sofferta, imprecata. Si presenta a 3 giornate di cammino. Ormai più che le gambe o l’entusiasmo è la volontà che ti tira avanti. Anche per inerzia. Il cammino è molto diverso e molto difficile. Si alterna in sali e scendi continui. Sembra quasi una contrazione uterina pronta ad espellere il figlio, un’amplesso in vista dei “fuochi artificiali” finali, una mareggiata increspata sempre portatrice di vita.

E’ quasi la fine. Ma come ogni buon cristiano sa, ogni fine è un nuovo inizio. Ma procediamo con ordine.

Ripartiamo da Portomarìn, la tappa della guida è molto lunga. 40 km, non riusciamo a farla, pertanto ci fermiamo a Pontecampaña. E’ un albergue vecchio stile (simile ai nostri agriturismi umbri); prendiamo posto, riposo, la sera c’è la cena preparata dagli hospitaleri ad un modico prezzo.

In questa regione cambiano anche i nomi, siamo nella galizia e il dialetto locale è il Gallego. Con molti influssi portoghesi. E paesaggi filo-irlandesi. Sulla strada, ogni tanto si incrociano deliziose piccole chiesette.

La immagine è presa da internet. Di un certo Efraim Romero.

Una prova del fatto che ho le mie energie psichiche indirizzate all’arrivo è quella che non ho fatto quasi per niente fotografie. Testa bassa, concentrato e corro verso la meta.

Toh, mi sembra che questa frase l’ho già sentita… Il mitico San Paolo. In questa lettera scrive alla comunità di Filippi cap.3:

Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge.
Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

La vita non è un insieme di eventi casuali. Se ti va bene arrivi fino a un ottantina d’anni, forse qualcosa più. Ma se hai come meta la vita eterna, anche una manciata di anni possono essere sufficienti. Alcuni grandi santi sono riusciti nei pochissimi anni della loro vita ad offrire contributi eccezionali alla vita di coloro con cui entravano in contatto, e per il mondo interno. Non solo nella loro epoca ma anche nella prospettiva dei secoli a venire. Dio li ha usati per fare frutto anche a distanza di molti anni dalla morte. (ad esempio S. Francesco di Assisi, S.Teresa di Lisieux; nei tempi più recenti mi piace ricordare Carlo Acutis e Chiara Corbella Petrolio). Sono state persone luminosissime, non perché facevano luce per conto proprio( diffidate sempre di questi personaggi assomigliano molto a Lucifero, portatore di luce sua… ma ingannevole), ma perché avevano scoperto il segreto della vita: era solita ripetere Chiara Corbella di cui ho una grande venerazione, “Siamo nati e non moriremo mai più”.

Ci sono molti che prendono il cammino come una corsa, un trofeo da esibire, per aumentare la propria autostima… ci può stare. Ma ricorda San Paolo e dice alla 1 lettera ai Corinti, c.9:

Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato.

Bene, ritornando al cammino, la sera, dopo i soliti riti, ci immergiamo nel salotto dell’albergue e ci spremiamo le meningi in una partita a scacchi. Non ricordo chi vinse. Avendo accorciato la tappa, dobbiamo spalmare i circa 10 km rimanenti nelle ultime due tappe.

La mattina dopo ripartiamo, ormai il cammino è diventato un fiume di persone. Ce ne sono a valanghe. Gente in bicicletta, a cavallo, ad asino (non so se ci dice così ma mi piace), a piedi, di corsa. Ormai tutto il mondo sta per entrare a Santiago. Con Rita e Sara ci fermiamo a Melide dove abbiamo modo di confermare il “si dice in giro” che in quel paese ci sia il polipo buono. Confermiamo e andiamo avanti.

Io Rita e Sara alla comida.

Oggi è il 4 Ottobre 2013, San Francesco di Assisi. Mentre noi camminiamo e ci mangiamo il polipo, ad Assisi il Santo Padre sta visitando, a qualche mese dalla sua elezione, la città del poverello. Mi sarebbe piaciuto arrivare oggi a Santiago. Ma non è stato così. Arriverò domani.

Crocifisso con braccio staccato dalla croce.

Nel frattempo fotografo questo bellissimo e particolare crocifisso. Come dicevo nelle pagine precedenti, siamo vaccinati da 1700 di Cristianesimo. Pertanto non riusciamo a cogliere tutto il significato di questo uomo-Dio innocente che ha patito una delle morti più infamanti, per far si che noi, umani, con la fede in questo Dio Misericordioso, potessimo essere salvi; e raggiungere la meta ultima, l’unione eterna tra noi e Dio.

Il braccio staccato sembra voler prendere con lui e portare in cielo, attraverso il suo sacrificio, più anime possibili (la fissa di tutti i santi). Questo braccio a penzoloni mi sembra anche l’immagine plastica della resurrezione. Nessun chiodo, nessuna violenza, nessun tradimento potrà mai bloccare Gesù Cristo. I segni delle ferite rimangono. Credo che in cielo apprezzeranno molto coloro che si presenteranno carichi di cicatrici. Gente che è rimasta nella breccia, è caduta, ha sbagliato, ma è guarita. Questi sono i veri eroi. Chi si presenterà senza ferite o cicatrici, sarà visto sicuramente come qualcuno che ha sotterrato i suoi talenti per mantenerli intatti per il regno dei cieli. Di fatto bloccandoli, disdegnando i regali di Dio e non facendoli fruttificare. Gesù risorto è apparso con due caratteristiche principali, mangia con gli apostoli e mostra i segni delle ferite. E’ interessante vedere come le ferite possono essere viste o come il luogo dove ritornare per un movimento vittimistico di auto-commiserazione, oppure come feritoie dove poter vedere l’al di là. Da ferite a feritoie. E’ la dinamica cristiana che scandalizza il mondo intero. Il “porgere l’altra guancia”. Questa è la via pazza di Dio. Il perdono. Se non riusciamo a perdonare chi ci fa delle offese, anche il Padre celeste opererà allo stesso modo verso di noi. Solo uno è il giudice: DIO.

Un “retablo” con la statua di Santiago matamoros.

Nel frattempo da Santiago cominciano ad arrivare le foto degli amici che sono arrivati. (sotto la pioggia).

Ogni pellegrinaggio è il simbolo dell’arrivo nella Gerusalemme Celeste (presente nel libro dell’Apocalisse). Il cammino dell’uomo si svolge partendo da uno stato originario di armonia: il Giardino dell’Eden, poi ci fu la rottura del peccato originale, l’acquisizione della libertà e infine la convivenza amorosa tra Dio e l’uomo nella Gerusalemme dei cieli, quindi in una città. Dove “non ci sarà più lutto, né pianto, né dolore” e saremo tutto e tutti in Dio. Ma, come ricordava La Pira, sindaco santo di Firenze del secolo scorso, in paradiso ritroveremo anche il campanile di Giotto. Nulla di ciò che l’uomo fa sulla terra per amore, con amore, nell’amore andrà perduto. Pertanto amore, materia, umanità, lavoro, creatività saranno gli ingredienti della città futura che ci aspetta. Ed aspetta non solo i cristiani, ma ogni popolo di ogni razza e lingua (la cattolicità), o meglio gli uomini di buona volontà. Le porte di Gerusalemme sono 12. Segno che ogni popolazione potrà entrarvi seguendo una sua strada, ma avendo come punto focale e come direzione sempre Gerusalemme. La nostra Santiago o viceversa.

Vado avanti un po’ veloce con il racconto dato che in queste ultime tappe c’è veramente poco da raccontare… è la volata finale. Cerco di adattare il discorso al ritmo vorticoso dell’arrivo.

Gli ultimi 50 km… ormai il tempo si è fatto breve. Già si avverte l’aria dell’arrivo, ma ancora siamo un po’ lontani. Non riusciamo ad arrivare in serata.

Pertanto ci fermiamo ad Arzùa. Di questa fermata non ricordo niente. Sto provando a fare mente locale ma niente. Nulla mi sovviene. O mi avevano dato una toppa in testa e mi sono risvegliato il giorno dopo; oppure mi ero ubriacato ma non mi sembra. Oppure mi hanno narcotizzato, ahh ecco. No! Non credo. Vabbè di questa tappa non ricordo niente. Probabilmente a causa dell’eccitazione per essere in dirittura d’arrivo il cervello ha dimenticato di scrivere alcuni file. Ma non importa. Ormai siamo protesi a Santiago. La mattina dopo ripartiamo, ecco la volata finale. La tappa è un po’ lunga a causa dei km che abbiamo lasciato indietro. Sono una trentina di km.

Rita ai 25 km.

L’ultima notte è passata, non ci fermeremo prima di Santiago. Tutta una tirata. Ormai i muscoli e i piedi, dopo 800 km si sono abituati; la psiche un po’ vacilla, la volontà è ferrea. Arriveremo, costi quel che costi.

Dopo 25 km, dopo qualche ora di riposo, arriviamo al monte Gozo, il monte che della città finale “il guardo esclude”. Arriviamo in questo monte alle ore 20.08; il sole sta tramontando, ma all’orizzonte cerchiamo la nostra meta ultimissima, la cattedrale. Il sole sembra voler farsi da parte e stendere un velo di mistero su questa santa Città, meta di pellegrinaggi da centinaia di anni. Noi, così abituati agli spostamenti, non pensiamo cosa poteva essere Santiago per i pellegrini di un tempo. Erano riusciti a raggiungerla sani e salvi. In lontananza vediamo due protuberanze appuntite, sembrano i campanili, sono loro. I campanili della cattedrale si fondono in mezzo all’urbanizzazione del XX secolo. Antenne, palazzi, parabole. I campanili, una volta predominanti sul borgo medioevale ora condividono la loro presenza assieme ad altre “emittenti”salvifiche: le antenne dei broadcast, i palazzi della finanza, delle assicurazioni terrene. Il messaggio cristiano non è più l’unico. Ma non perde la sua verità e i suo fascino.

Eccoci ora al Monte de Gozo, in questo spazio, Papa Giovanni Paolo II grande mistico e pellegrino che ha traghettato il mondo intero e lo ha lanciato nel III millennio ha incontrato i ragazzi nell’Agosto 1989, uno degli ultimi discorsi prima della caduta del muro di Berlino che avverrà qualche mese dopo.

Si rivolge ai ragazzi citando il Vangelo di Giovanni: “Che cercate?” O meglio sarebbe dire Chi cercate? Non sono le cose (Che – cosa) che riempiono il cuore dell’uomo. Nemmeno se facciamo trasformare le persone in cose… per il nostro uso e consumo, consumandoci a vicenda, mangiandoci, ferendoci, umiliandoci. A volte ci trattiamo a vicenda come fossimo dei big-mac; dei panini. Ma la vera ricerca si basa sul (Chi-Persona). Una presenza. Abbiamo bisogno di essere amati, per poi amare. Abbiamo bisogno di mettere in gioco le nostre libertà. Con un Si. Si a Dio, Si nel Matrimonio. Si alla Vita. Non alle idee, ma alle persone. Il nostro Dio si è voluto incarnare per essere visibile, poterlo chiamare con il Tu. E’ Gesù. il modello da seguire. E’ l”uomo vero (non il macho); come Maria, sua madre è la Donna vera.

Eccoci di fronte a Santiago; in questo tratto molti pellegrini avranno esultato, avranno ringraziato il Cielo per essere arrivati, altri avranno imprecato per l’ulteriore distanza che li separa dalla città. Altri saranno stati troppo a vedere per terra, altri saranno rimasti con la testa tra le nuvole.

Ai nostri giorni credo che tutti, indistintamente, alla fine del percorso, abbiano provato la sensazione di vivere un qualcosa che si chiude. Un punto di non-ritorno. Un limite. Una meta. Come dicevo all’inizio, il percorso di 830 e passa km bisogna dividerlo in piccole parti per non impazzire. Ora, negli ultimi chilometri, ti scorrono come in un rewind veloce tutti gli episodi di questo mese fuori dalla normalità, o probabilmente il più terribilmente vero della mia esistenza. E ti rendi conto di quanto anche questo percorso si stia trasformando in una piccola tappa della tua vita. Riesci a ricordarlo tutto. Ci sono stati momenti di felicità, di trivialità, di pianto, di sclerate psichiche, di Dio, di amore, di amicizie, di vesciche, di preghiera, di tendiniti; il corpo, l’anima, tutto è stato scombussolato. Dal cammino di Santiago in poi il mio peso standard è aumentato di 8 kg. Non tanto di grasso, o di pancetta alcolica; è stata una crescita muscolare; mi sono fatto le ossa, mi sono fatto la testa, mi sono fatto l’anima. O meglio: Dio ha permesso tutto ciò. Io non ho fatto altro che cercare di interpretare le sue frecce gialle, i consigli degli amici, ascoltare quell’inquietudine che mi porta a non ripiegarmi mai nella superficialità o nella normalità. La voglia di conoscere, scoprire, vedere, sentire, odorare… La mia guida cartacea è stata il Vangelo. Se non segui quella strada, con i suoi limiti ma anche con le infinite possibilità, rischi di delirare.

O di sprofondare nell’insignificanza (un fantozziano: scusate se esisto, come è umano lei); o nell’inalberarsi nell’orgoglio mostrando sempre e comunque le attività in cui sei più performativo (lei non sa chi sono io); ma se mostri solamente un lato del tuo volto, – di solito il più appariscente, e lo porti all’estremo, non puoi far altro che diventare un mostro. E’ bello entrare in Santiago e vedere l’ombra dei suoi monti, delle sue case, dei campanili. Entri nella parte più intima di questa città, dove si muovono mostri, spettri, ma anche i più reconditi segreti, le sue intimità, le notti dei suoi amori. Anche la resurrezione è avvenuta in una notte come questa. Il sole ha vinto le tenebre. La Luce vera appare in mezzo alle tenebre, come ci mostra la liturgia di Pasqua, durante la veglia del Sabato Santo. La notte ti regala questo.

Sono ombre che danno profondità; sono i chiaro-scuri caravaggeschi, tanta luce=tanto buio. Tanta vita=tanta morte. Dove ha abbondato il peccato = ha sovrabbondato la grazia.

Sono le ombre che permettono di far risaltare l’immagine. Ma nella notte, basta una piccola luce, non c’è bisogno di un faro da 3000w, una piccola luce e le tenebre come per magia si sciolgono, fuggono, hanno paura. Cercando di attaccarsi alla terra, al pavimento, ma la luce mette in risalto le sue fattezze, cercano riparo nell’aria, ma soprattutto qui la luce fa i suoi giochi più meravigliosi, corre, si rifrange, si blocca: non c’è posto per loro. L’unico posto disponibile che la luce accorda alle tenebre è dietro. La tenebra può e deve stare dietro, non può mai essere il faro delle nostre giornate, della nostra vita, della nostra esistenza. La tenebra deve ricordarci che siamo umani, abitiamo in questo contesto temporale ed abbiamo una profondità, la nostra anima ha una profondità, “un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Sal.63). Quella profondità data dalla immensa fiducia che Dio ripone in noi e nella nostra libertà. La capacità di scegliere il bene o il male.

Comincia la periferia. Chi l’avrebbe mai detto che in questi anni Papa Francesco avrebbe fatto ripartire la Chiesa partendo dalle periferie. Dagli ultimi, dagli scartati. 2 mesi prima della partenza Francesco aveva fatto il suo primo viaggio apostolico a Lampedusa. Meta degli sbarchi provenienti dall’Africa, ma purtroppo trasformato in un cimitero in mare aperto. Non esiste più il muro del 1989, ma ce ne sono altri invisibili, ma non meno pericolosi che separano gli uomini, in base a caratteristiche razziali, o soprattutto economiche o ideologiche. La periferia, il servizio sono la carta d’identità del Cristiano. L’ultimo insegnamento di Gesù è stata la lavanda dei piedi (p.s. questo gesto è ripetuto dagli ospitaleri nell’albergo San Nicolàs, a Puente Fitero, questo rifugio è gestito dalla confraternita di San Jacopo di Perugia).

Dalla periferia entriamo, non senza emozione, o meglio commozione dentro la città.C’è poca gente in giro. Gli ultimi passi ci separano dall’arrivo. Non parliamo; siamo silenziosi. C’è un sacro rispetto. Si sentono solo i passi dei scarponi e dello zaino che traballa sulle nostre spalle. Poi passo dopo passo, si mostra a noi la facciata della Cattedrale con le sue due guglie.

ARRIVATI! Giusto il tempo di farsi un selfie. Il pellegrinaggio a piedi è concluso. L’indomani parteciperemo alla s. Messa e avremo tempo per le devozioni, la tradizionale alzata del Botafumeiro. Il pellegrinaggio per ora finisce qui.

Prenotiamo l’ostello, un po’ distante da qui; hanno posto. Ok. Pertanto non ci resta che andare a festeggiare in uno dei deliziosi ristorantini del centro. E’ in uno di questi che ritrovo Giovanni. Arrivato il giorno prima.

Dopo una bisbocciata, prendiamo un taxi, e ce ne andiamo all’ostello. Ormai ci aspetta una giornata di meritato stop.

Buona notte.

30/09 – 2/10 2013 a Portomarin

"Nomadi che cercano
Gli angoli della tranquillità
Nelle nebbie del nord
E nei tumulti delle civiltà
Tra i chiari scuri e la monotonia
Dei giorni che passano 
Camminatore che vai
Cercando la pace al crepuscolo
La troverai
Alla fine della strada...

Lungo il transito dell'apparente dualità
La pioggia di settembre
Risveglia i vuoti della mia stanza
Ed i lamenti della solitudine
Si prolungano
Come uno straniero non sento
Legami di sentimento
E me ne andrò dalle città
Nell'attesa del risveglio...

I viandanti vanno in cerca di ospitalità
Nei villaggi assolati
E nei bassifondi dell'immensità
E si addormentano sopra
I guanciali della terra
Forestiero che cerchi la
Dimensione insondabile
La troverai, fuori città
Alla fine della strada"

Questa è una canzone di Franco Battiato: Nomadi, credo che possa descrivere bene questi momenti di ripartenza da O Cebreiro e la foto del pellegrino in cammino verso il cielo. Questi momenti sono preziosi. In queste terre, soprattutto in Galizia, si trovano alcuni cimiteri per pellegrini, il pellegrinaggio del tempo non era un jogging lungo, era piuttosto una roulette russa. E i pellegrini morivano. Oppure venivano arrestati. A Tricastela, ad esempio si dice che ci fosse una prigione dei pellegrini; non tutti i pellegrini erano calmi e paciocconi e dicenti con un inglese OnlioeStanliesco “Buen Caminou!!!” . Come chiunque frequenta la Chiesa non per forza deve essere il “bravo ragazzo”. Si dice che Ignazio di Loyola, ormai durante il suo periodo di conversione, mentre si recava a Barcellona per poi andare a Gerusalemme incrociò un moro (con cui scambiò qualche battuta) il moro disse alcune cose contrarie alla verginità di Maria e se ne andò. Il buon Ignazio, poi preso dall’idea di non aver difeso la Madonna in modo adeguato, concepì l’intenzione di andare a pugnalarlo. Sapeva che si era fermato ad un paese vicino. Comunque mandò l’asino a briglia sciolta e fidandosi della provvidenza fece un giuramento: se l’asino fosse andato sulla via maestra che portava a quel paese l’avrebbe ucciso, se avesse preso la via di destra l’avrebbe lasciato vivere. L’ asino prese la via a destra. Al tempo erano abbastanza spicci, non perdevano troppo tempo in chiacchiere. Oltre al classico Buen Camino, diventato virale negli ultimi anni, c’è un’altra espressione molto antica con cui i pellegrini erano soliti salutarsi ed incoraggiarsi a vicenda: Ultreya – y Suseya. (sarebbe saluto – risposta) (come ad esempio grazie-prego; sopralapanca – lacapracampa; Salemaleikum-Aleikumsalem; ammazzalavecchiacolflit-esenonmuorecolgas; chi fa da sé – Pija 3[dalla scuola]… etc). Ultreya significa Avanti, “sempre avanti”; e Suseya, la risposta, sta a significare “e sempre più in alto”.

Io e Rita.

Dal Cebreiro scendiamo e guadagniamo la strada per Tricastela. Questo posto fu chiamato così perché anticamente, oltre le prigioni di cui sopra, non c’erano tre castelli, ma tre castra, 3 antichi villaggi celtici. (mah anche nelle vicinanze di casa mia ci sono delle località chiamate castri, probabilmente c’erano piccoli villaggi molto antichi… indagherò!)

A Tricastela ci fermiamo in un ostello lungo la strada principale. Entriamo e questo ostello ha un lungo corridoio con un piccolo giardino dove sono posti 3 tavolini. Anche oggi la noia si fa sentire, facciamo bancomat, giretto per dare un’occhio alla Chiesa dedicata a Santiago, e subito ritorno all’ostello. Solita birretta, chiacchiere e frittata. Sul tavolino sotto al nostro si trovavano 2 ragazzi, Giulia e Stefano, laureti in medicina, facciamo conoscenza. Con loro, poi andremo in macchina da Santiago a Finis Terrae. Ora però bisogna pensare ad arrivarci a Santiago. Nel bene e nel male. Infatti le energie psichiche sono molto calate e la sera, appena finita la frittata, mi stendo sul letto e chi si è visto si è visto.

Nel letto di fronte a me arrivano 2 Giapponesi. Una delle cose più incredibili del pellegrinaggio è che i Giapponesi sono iper-attrezzati. Iper-tecnici. Iper-igienici… Ecco come erano vestiti: Tuta nera sintetica traspirante, respirante, ed espettorante. Ignifuga, idrofuga, benefiga. Scarpe e calzino tecnico anti-vescica con cucitura raddoppiata intorno ai pollici. Occhiali da sole, anti-raggi ultravioletti, anti-moscerini. modello Alberto Tomba; Cappello, ancora nero, modello grondaia del capanno. Questi aprono la loro borsa minimal ed estraggono un case da cui prendono uno spray. Lo agitano e in men di 10 secondi hanno disinfettato tutto il materasso. Dopo di che estraggono ancora dalla borsa del mago un simil lenzuolo che pongono sopra i materassi dell’ostello. Dopo aver messo questo telo pongono il sacco a pelo. E il tutto lo fanno con una tale precisione, compostezza che sembra quasi un rito religioso.

La mattina dopo si riparte. Ormai il tempo, in vista dell’arrivo ha cominciato ad assumere un aspetto diverso. Sembra che sia tutto più veloce e più noioso. Credo che sia una costante nei pellegrini, specialmente quelli che sono partiti da Saint Jean. Parli con gli altri, si, ma piuttosto preferisci il più delle volte la solitudine. Sembra che ci sia una frenesia impastata con noia, stanchezza, confusione…

La tappa successiva è Sarria. Devo confessarvi che di queste tappe ricordo molto poco e proprio in questo momento…. aspettate… sto cercando con google maps… eccolo, l’abergo l’ho ritrovato. Ora cerco l’omino per farmi ricordare le strade… caspita questa pettata (salita) me la ricordo. Ci sono anche le frecce del cammino. Ok. Posso continuare la descrizione.

Ecco, ora che ho visto le frecce mi è sovvenuto un ricordo molto curioso. In una delle tappe precedenti, in prossimità di un paesino c’era la mappa che indicava una via retta; mentre le frecce gialle indicavano una svolta a destra. Dopo aver visto bene, vidi che le frecce “originali” erano state cancellate a favore di questa deviazione. Seguo la direzione della freccia, per poi ritrovarmi sulla parallela al cammino indicato in mappa. Dopo qualche decina di metri ecco apparire un Bar con Bocadillos e bibite fresche. Dopo questo bar le frecce riportavano sulla via principale, quindi a sinistra. E molti pellegrini hanno gradito questa deviazione fermandosi al bar per un descanso. A volte il cammino rappresenta una fonte di reddito per paesi che altrimenti sarebbero scomparsi da molti anni.

A Sarria ci facciamo una carbonara,. Ora restiamo sempre io, Rita e Sara che a volte allungava e a tratti rimaneva con noi; alla comida si aggiungono Nina e Monia. L’albergue è veramente accogliente.

Si riparte. La mattina si riparte, abbastanza presto, e ho l’occasione ancora di vedere l’alba; stavolta in una forma particolare. Sembra un riflettore, un “par” mi sembra che si chiami, che illumina le nuvole del mattino e richiami l’attenzione della gente, ripiegata su di sé e sulle sue tabelle di marcia verso l’arrivo del Sole. Non ho potuto non fotografarlo:

Alba a Sarrìa.

Le uscite all’alba sono sempre le più belle, soprattutto quando cominci a camminare con il buio. Mi è capitato 6-7 volte. In una di queste ho trovato un gruppo di Coreani, circa 8-9. Prima di partire, con il leader (non credo sia stato un prete) che con le torce a led in testa, in cerchio, recitavano delle preghiere e facevano dei canti. Sono stato ad osservarli per un po’ e dopo 5 minuti di preghiera hanno cominciato a camminare recitando il santo Rosario di notte. Camminando, in maniera molto composta in fila indiana.

Giorni fa ho visto un’intervista di Papa Francesco in cui portava l’esempio di un gruppo di credenti orientali che, dopo il battesimo avuto da bambini, non hanno potuto vivere una vita sacramentale “ordinaria” per l’assenza di sacerdoti nel loro paese. Ma la istruzione cristiana era stata fatta da padri di famiglia e catechisti. La loro fede era molto forte. Appena nominavano la ss.Madre di Dio, abbassavano la testa a mo’ di inchino. E’ proprio vero che, nel bene e nel male, noi occidentali siamo “vaccinati” da 1700 anni di Cristianesimo; anzi di Cristianità. Abbiamo preso troppa confidenza con le cose di Dio; e non gli diamo l’importanza che meriterebbero. Nel cammino ho trovato molti che si lamentavano del fatto che il significato religioso sta sparendo… Forse è vero, ma forse anche no. Secondo me sta solamente cambiando faccia. E quello che mi preoccupa, è invece il fatto che non riusciamo ad intercettare e a de-modulare queste richieste. Sono richieste che si articolano quasi mai in richieste dirette, ma il più delle volte ci sono urla travestite da sorrisi; ferite del cuore narcotizzate da una vita frenetica in campo sessuale, lavorativo, sociale. Ci sono molte urla. E il più delle volte siamo più concentrati su noi stessi e di quello che diciamo, piuttosto che sull’ascolto dell’altro e di quello che ci dice. Siamo ansiosi. Chissà quale bastardo ha messo dentro di noi l’idea della perfezione. Devi essere perfetto, e se non lo sei non vali. Credo che il ragionamento possa finire qui. Vi propongo un esperimento: quando incontrate per la prima volta una persona e vi presentate: se dopo esservi presentati ricordate subito il suo nome, è un buon segno. Avete ascoltato e non avete avuto ansia. Se invece non lo ricordate, e glielo richiedete, può essere accettabile. Alla terza volta già la situazione comincia a farsi un po’ complicata. Dalla quarta in poi vi consiglio una cura di fosforo, 4-5 pastiglie, una camomilla e pacca sulla spalla. Ebbene io di solito devo chiedere il nome dalle 2 alle 3 volte.

L’idea della perfezione è l’ostacolo più grande alla tua realizzazione. Potrai provare a tendere alla perfezione, quello sì, è sano; la questione diventa malata quando te hai un idea troppo alta di te stesso, o troppo bassa. E i due estremi si toccano e si alternano. Siamo a “corrente alternata”. Come chi ha complessi di inferiorità ha di solito deliri di onnipotenza (vedi Hitler); oppure il contrario, chi ha complessi di superiorità ha di solito comportamenti artificiali tendenti alla tapinità.

Quando un pellegrino dice che è in cerca di sé stesso, allora il più delle volte il lavoro sarà più facile del dovuto. Dice un detto paesano: “Di quello che c’è non manca niente”; oppure, cito Don Fabio Rosini, un grande prete di Roma che ha ideato le catechesi dei 10 comandamenti, le 10 parole: “Se tu cerchi ciò che non c’è, non lo troverai mai”. Logico no?

Quante volte cerchiamo in posti sbagliati, modi sbagliati. Quando invece abbiamo lo Spirito Santo che parla in noi. Nella nostra anima. Parla in tutti, ma specialmente per i battezzati, che sono entrati a far parte della Chiesa di Dio. Anche se questa partecipazione è purtroppo anche revocabile in base alle azioni virtuose o meno di ognuno. E’ in base a quelle che verremo giudicati, non tanto sulle intenzioni.

Il mondo cerca di farci restare nella altalena della bivalenza. Un esempio pratico per capire meglio.

Avendo un carattere abbastanza introverso ho la tendenza a chiudermi, e a fare di testa mia, in modo “originale”. Bene, vado avanti un po’ di tempo in questo modo, ma poi, vedendo che ho anche bisogno di socialità, mi inserisco tra la gente ed entro nel giro del “così fan tutti”. Ora però, dato che sono originale, voglio far valere la mia individualità, e non posso fare una vita da pecorone, ecco che riscappo dal gruppo per ritrovarmi a fare l’eremita. Ora anche l’eremita dopo un po’ stanca, e rivado nel gruppo e via discorrendo…

Ora questi sbalzi, per quanto umani siano, hanno la grande pecca di farci fare dei giri a vuoto. Facendoci perdere tempo. Mentre una sana accettazione dei nostri limiti (che ci danno la libertà di essere noi stessi e di individuarci) ci ancora all’umiltà della condizione umana, e allo stesso tempo ci abilita, grazie all’ascolto dello Spirito a seguire le mozioni che questo suggerisce alla nostra anima….

Attenzioni a non fare i cravattai della religione: siamo noi che dobbiamo fare la volontà di Dio, non Dio che dovrebbe sottoscrivere i nostri progetti. (o meglio lo può fare, ma non è necessitato).

Strada a due sensi di marcia…

Bene TORNANDO AL CAMMINO….. TORNANDO AL CAMMINO…. TORNANDO AL CAMMINO… (non si è incantato l’LP; sto solo cercando di offrire un punto di approdo al lettore, che della disquisizione psico-religiosa se ne pò fregà de meno…)

Eccoci ancora al cammino con la cara Rita che è stata la Compañera di queste tappe. Rita è di Roma, molto simpatica. Abbiamo avuto molto tempo per parlare, delle cose di famiglia, delle cose religiose. Rita è una guida turistica, ha un figlio che è pilota di aereo, è assunto con la compagnia Ryan Air. E’ stato bello scoprire alcune dinamiche relative a come questa compagnia riesca a far volare un cristiano (modo di dire per essere umano della specie homo sapiens sapiens) con pochi Euro. Come mai fino a pochi mesi fa con 10 Euro potevi andare da Roma a Londra, mentre con lo stesso prezzo non riesci nemmeno a scavallare mezza umbria con i mezzi di trasporto pubblico?? Mistero della fede.

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Bene, la sera arriviamo alla cittadina di Portomarìn. Nell’ostello ritrovo le carissime Eleonora ed Adriana. L’ostello è moderno, ma mi sembra che ci sia un’accoglienza molto “commerciale”, fredda. Quasi burocratica. Guardiamo in cucina se ci sono vettovaglie, ma sembra essere un po’ sfornita. Pertanto andiamo a cena “fuori”. Sotto i portici troviamo un posto dove fanno la pizza, ci fiondiamo dato che il tipo è italiano, di Genova. Ma ci avverte che gli ingredienti, purtroppo, non sono gli stessi dell’Italia in quanto ha continuamente difficoltà a reperire i giusti prodotti. Pertanto ci mangiamo una pizza buona, con ingredienti simil-italiani, come quelli dai nomi improbabili creati ad arte per copiare il nostro made in Italy: Parmesan, pomarolla, mozarì bufalito… Dimenticando che non siamo celebri solo per il cibo, ma anche per come questo si scrive. Dico io, se dovete copiare, copiate per bene. Come dissi ad un amico di Canoscio, Marcello F. “Il peccato se va fatto, va fatto per bene“. Si scandalizzò… 🙂

Dopo l’aperitivo in piazza, la pizza simil-tarocca dal bravo italiano, anche qui ce ne torniamo all’ albergue.

E fu sera e fu mattina… non mi ricordo i giorni dalla partenza, ma so benissimo che me ne rimangono 3 per arrivare.

27-29/9/13 a O’ Cebreiro

La mattina riparto. Dopo aver passato Foncebadòn, arrivai ad uno dei luoghi più rappresentativi del cammino: la Cruz de Hierro. (La croce di ferro).

Alla cruz de Hierro.

Anticamente luogo pagano, un eremita vi stabilì una croce. Divenne simbolo del pellegrino che porta da casa i suoi pesi, i suoi errori, e in procinto di arrivare a Santiago senza il peso del peccato lascia simbolicamente la “sua pietra”. E’ anche un gesto in cui la pietra rappresenta una offerta, un impegno, un onorario che il pellegrino lascia, facendo in modo e sperando che Dio si ricordi di lui e del pellegrinaggio compiuto.

E’ il simbolo della gravità. Del peso, delle zavorre che ci appesantiscono la vita e pertanto non ci lasciano liberi di volare verso la nostra ultima meta: La salvezza dell’anima e l’eternità. E’ il simbolo della deposizione dei nostri condizionamenti animali. Quando indulgiamo di fronte alla tendenza mondana, si riforma una specie di de-creazione. Dall’essere Spirituale figlio di Dio, scendiamo (e la discesa può essere addirittura folle) verso l’umano, che, se lasciato ai suoi istinti de-grada nel mondo animale. Negli ultimi secoli non è raro che l’uomo venga definito come Homo homini Lupus (L’uomo è lupo all’uomo); come il pesce grande che mangia il pesce piccolo, come lo stesso evoluzionismo, che, da ipotesi molto interessante si trasforma in teoria quasi con caratteri religiosi, per arrivare a dimostrare che l’uomo è un babbuino un po’ più sviluppato ed intelligente. Non è molto consolante… Soprattutto rappresenta la pietra che impedisce la fede, e ne diventa la pietra di scandalo. Cristo deve avere fatto una fatica bestia per smussare, scalpellinare, correggere i suoi seguaci. Simone di Giona, in arte Pietro; in molte occasioni si trovò deficiente. Inizialmente quando le cose stavano andando bene, Gesù faceva miracoli, era stimato, accolto dai più, i discepoli pensavano che la vita era una Vacanza Romana… Pertanto appena Gesù cominciò a descrivere che sarebbe dovuto essere crocifisso, e quella era la via di Dio, Pietro non accettò la situazione, e propose una via alternativa:” Ma no Signore, stiamo così bene in questa situazione, questo non ti accadrà mai, il nostro sarà un successo dopo l’altro, entreremo trionfanti in Gerusalemme, tu sarai il Messia, e noi i tuoi ministri, tutto il popolo sarà con noi, e se non ti scoccia vorremmo scacciare anche quei romani…” Gesù disse “Vai dietro a me, Satana, perché mi sei di ostacolo”. L’ostacolo è il non camminare secondo Dio, anzi adeguarsi al Mondo, scendere a compromessi. Appesantirsi e sentirsi soddisfatti e inebetiti. “L’uomo nella prosperità non comprende; è come gli animali che periscono” dice il Salmo 48.

E’ incredibile pensare, come già a 20-30 anni dalla fine delle Guerre Mondiali, e con il successivo incremento del benessere economico; la gente si sia scordata della sua situazione precedente, quando la povertà imperversava in tutta Italia ed Europa. Per l’appunto, il benessere (non cattivo in sé) incontrollato ha tolto dal cuore della gente la compassione per chi si trova nella necessità, per chi cerca soluzioni migliori della vita, o scappa dalla guerra. E’ bene che non mi dilungo su questo argomento…

Appena dopo la Cruz de Hierro si trova il celebre Manjarin dove è d’obbligo la foto pittoresca ai cartelli che indicano le distanze delle cittadine più importanti. Allego foto:

Ancora mancano 222 km, ma cosa mai saranno rispetto ai 600 già trascorsi?? mi piace pensare che dopo esserti liberato dal peso del peccato, il peso della “terrestrità”, della animalità lasciando la pietra alle tue spalle, non solo per terra (altrimenti ripartiamo con il trip…) ma sotto la Croce, a Gesù; ora sei capace di liberare l’anima che può diventare quodammodo omnia (in qualche modo tutto) cit Aristotele. Anche il cervello, vincolato dai limiti connessi con la nostra condizione, anela a conoscere il più possibile e lo si troverà scattante per entrare in dialogo con ogni persona, siamo fratelli, ma non fratelli senza padre, dei bambini perduti (come avrebbe voluto l’ideale rivoluzionario francese Liberté, Égalité, Fraternité).

Pertanto è l’indicazione che sei libero, Dio ti lascia libero ed è uno dei più grandi regali che puoi fare ad una persona. Permettergli di scegliere la strada, e permettergli anche di sbagliare (Lo cantava anche Fausto Leali in Ti Lascerò…). Il contrario sarebbe roba da circo… Le frecce sono tante, quale sarà quella giusta? Per ora sono tranquillo, devo arrivare a Santiago. Poi? Boh. In questo caso Sant’Ignazio di Loyola prega per noi. E noi cerchiamo di cogliere dalla sua vita gli strumenti che, anche a centinaia di anni di distanza, sono stati evidentemente profetici e aiutano il pellegrino contemporaneo a riorientarsi.

La dissertazione pseudo-filosofica da bar è finita (come era solito dirci il nostro professore Capitanucci), disciplina in cui sono un maestro, soprattutto dopo 1 prosecco, e un bicchiere di vino. Questa disciplina sono solito usarla al Bar Giardino di Umbertide (PG), luogo di ritrovo saltuario con gli amici delle superiori ed altri con cui imbastiamo delle discussioni veramente piacevoli, dove nessuno vuole convincere nessuno, ma gli scambi sono molto interessanti. Ed è curioso come le questioni spinose arrivino sempre verso le ore 00.30 / 1.30 quando si aggregano al gruppo anche i musicisti che, dopo una serata di lavoro (anche se, per un musicista, suonare non sarà mai un semplice lavoro, si spera), vengono a discorrere del più, del meno e dei massimi sistemi.

Bene. Si scende ora dalla montagna, e sembra veramente di essere passati in un altro continente. Alberi, montagne, nebbia, aria più fresca. Infatti, il passaggio brusco mi destabilizza il sistema nervoso, di queste tappe ho pochissime foto, anche perché dopo molti chilometri pensi solo ad arrivare…

Ora il neurone mi sta informando che a Molinaseca avevo pranzato, in un posto, con vista ponte, e avevo visitato un mezzo museo… Grazie neurone.

Da questi momenti in poi il cammino si farà sempre più affollato, fino a che a Sarria ci sarà l’apoteosi. Ci saranno decine e decine di pellegrini costantemente sulla via. Questa inflazione fa assomigliare gli ultimi chilometri ad una maratona.

La sera arrivo a Ponferrada. Questo è il biglietto di benvenuto.

Castello di Ponferrada

Il nome di questo paese innesca il mio autismo che mi fa ricordare i paesi del Perugino disposti lungo il fiume Tevere, Ponte Felcino, Ponte San Giovanni, Ponte Valleceppi, Ponte Pattoli… quando era ancora in funzione la Ferrovia Centrale Umbra, ed andavo a Terni con il treno, il capo-treno, annunciava le stazioni con un dialetto tipico della bassa perugina: “Pon-Pattoli, Pon-Pattoli… Stazione di Pon-Pattoli”, poi a Ponte San Giovanni c’era la fiera del dialetto perugino con il tipico “donca”. Lo speaker, capo-stazione, era costretto ad annunciare dal vivo i binari di arrivo dei treni, e le faccende tipiche di una stazione: ad es”Stazione di ponSangiovanne, stazione di ponSanGiovanne, treno per Dodi (todi) binario 1, alontanasse dala linea gialla“.

Infatti l’etimologia di Ponferrada, ci ricorda che  “Osmundo, vescovo di Astorga, fece costruire un ponte rinforzato in ferro (Pons Ferrada) sul fiume Sil” dato che era una delle sedi più importanti della regione per l’estrazione dell’oro, era già conosciuta dal tempo dei romani. Poi divenne cruciale quando nel XI secolo fu costruito il magnifico castello dei Templari. Monaci / Guerrieri che qui risiedettero dal 1178 al 1312. Anno in cui si dissolse l’ordine.

Ci sono molte teorie sulla dissoluzione di questo ordine ma, senza dilungarmi troppo, sembra che le accuse rivolte loro fossero per lo più frutto di un desiderio di accaparrarsi dei beni appartenuti agli stessi Templari. Per questo sembra che ci sia stata una “macchina del fango” per sterminare questo ordine, e per far in modo che questi beni andassero nelle mani di altre persone.

Arrivai al municipale. Era il più grande ostello trovato fino a qui. Un semi-interrato con oltre 200 posti letto. E la camerata era formata da almeno 80 letti a castello… Vi dico che la sera ci fu concerto. Un’opera russa… (Da buon intenditor poche parole).

Fuori dall’ostello trovo un po’ di gente, mi ci metto a parlare e faccio conoscenza con Rita, sulla cinquantina, di Roma che, assieme a Sara (di Napoli) stava curandosi delle vesciche. Al posto dei piedi sembra avesse dei dopo sci. Assieme a loro conosco un’altro gruppo di persone a cui ci associamo.

Nel pomeriggio visito il castello.La mattina dopo, mi associo con questo gruppetto di 4-5 ragazzi e Rita e Sara, decidiamo di partire dopo pranzo, dato che come tappa non è troppo impegnativa. Pertanto, dopo aver pranzato sulla periferia di Ponferrada con baguette, partiamo e cominciamo a camminare. Questa è stata proprio una tappa scialla. Non avevamo proprio voglia di arrivare. Pertanto, dopo un po’ di cammino, vediamo sulla destra un capanno circondato da molte viti, salutiamo il contadino e gli chiediamo se avesse il vino.

Compañeros.

Come diceva il detto? Non chiedere al contadino se è buono il suo vino??? Boh, comunque sia, per un coltivatore diretto, il frutto del suo lavoro è sacro, per di più i coltivatori spagnoli sembrano essere ancora più orgogliosi. Facciamo una sosta nell’autogrill biologico e siamo in 3 ragazzi, il signore, va a prendere una bottiglia di vino, ce la apre e facciamo una bella chiacchierata al tavolo. Dire che è stato gentile sarebbe dire troppo poco. Non ci voleva fare pagare la bottiglia. Noi, con uno stratagemma, riusciamo a lasciargli 10 euro sulla cassetta della posta, (dato che aveva rigettato i soldi dalla mano); noi scappiamo salutandolo e lui sembra rimanerci male. Veramente una bella persona.

Dopo 10 minuti, nel percorso che segue, lungo la strada asfaltata sentiamo un furgone dietro di noi che ci suona… Era il tipo di prima, accosta, (pensavamo di aver lasciato qualche cosa in cantina) e ci passa un’altra bottiglia di vino. E ci ringrazia ancora per la compagnia. Vabbè. Che forte, lo risalutiamo, mi accollo la bottiglia trasportandola nello zaino. Ovviamente la bottiglia non vedrà la luce del giorno venturo… Sia per il peso, sia per la sete.

Villafranca del Bierzo

Continuiamo a camminare, comincia a piovere. Ma data la partenza tarda, date le varie soste, tra cui la cantina, arriviamo alla nostra tappa Villafranca del Bierzo alle 20.00. Chiediamo se c’è posto al comunale ma è tutto pieno. Le scelte sono due, o andare in un’albergue lì vicino un po’ più rustico, ma in quel periodo sconsigliato dai pellegrini. L’alternativa estrema sarebbe stata quella di farsi altri 6 km, ma visto il tempo e visto l’orario decidiamo di rimanere in paese. Ok hanno posto. Ci sistemiamo in camerate da circa 20 posti. Sara si mette nel letto a castello sotto di me. Doccia gelata. Cena conviviale; anche qui una ottima zuppa. Ma alla fine della cena, i 2 hospitaleros, non so per quale motivo, si arrabbiano ferocemente tra di loro, spaccano qualche scodella di ceramica e manca poco che si mettessero a fare a pugni. Ovviamente noi restiamo un po’ allibiti. Vabè è ora di andare a dormire. Sopra di noi ci sono molti travi di legno, e la sera da quelle travi sarebbero scese delle sorprese 🙂

La mattina dopo sento un po’ di tumulto tra i pellegrini, e non mi sembra normale, insonnolito, alle prime luci dell’alba alzo la testa e molti pellegrini stanno parlando di cinchos. Le cimici da letto.

Le simpatiche cinchos. senza troppo zoom… 🙂

Guardo il mio cuscino e lo trovo macchiato di sangue, mentre osservo tra le mie gambe un animaletto che mi passa sotto la coscia e che riesco ad uccidere. Sara, sotto di me piangeva come una vite tagliata.

Come funziona: questi simpatici animaletti si annidano nel legno, di notte, scendono, possono pungere l’uomo (in maniera innocua ma fastidiosa) e si intrufolano negli zaini. Se una persona è allergica a questo tipo di punture (come la povera Sara), per qualche giorno resterà piena di bolle dalla testa ai piedi. Ovviamente non è nulla di grave, ma nemmeno di piacevole. Ad altre persone, (la maggioranza) non succede niente. A me non è successo nulla.

Una volta che prendi lo zaino, e i cinchos sono annidati lì, te li porti dietro fino a che, al rifugio successivo saltano fuori e prendono dimora nel luogo di arrivo… Infatti appena ripartiti (anche un po’ incavolati dato che la disinfestazione che avevano fatto non era stata fatta molto bene), ci consultiamo e decidiamo di accorciare la tappa e fermarci prima del Cebreiro.

Nel frattempo due arcobaleni si staccano dal cielo e ci regalano un delizioso scenario:

La sera arriviamo ad un ostello privato, (si paga un po’ di più ma c’è più tranquillità). Spieghiamo tutto al buon Richard, che forse atto ad esperienze del genere, ci fa spogliare fuori dall’ostello (restiamo in mutande) per farci fare una lavadora y secadora. (lavatrice e asciugatrice) con temperature molto alte, non solo ai panni ma anche agli zaini. Noi nel frattempo ci facciamo una doccia fuori ed aspettiamo mentre Richard compie tutte le manovre necessarie. Dopo una mezz’ora si ripresenta con i panni e le borse. Possiamo entrare. Doccia come si deve e riposo. Durante la cena, Richard ci dice che questi animaletti sono veramente infestanti, e depongono sempre 3 uova, una accanto all’altra. Infatti ci fa vedere perlustrando il muro con torcia e cacciavite, come nonostante il lavaggio, un cincho, abbia depositato 3 uova sul muro. Con il cacciavite li toglie di torno.

La sera la cena è deliziosa. Queste sono le prerogative per chi sceglie un ostello privato: tranquillità, cena, e pochi posti letto.

La mattina dopo ripartiamo per la scalata al Cebreiro. Con Rita, passiamo di fronte ad un maneggio, dove si possono noleggiare dei cavalli, con Rita ci guardiamo e il nostro sguardo dice tutto. Ecco il mezzo con cui abbiamo fatto la scalata al O’ Cebreiro.

Sono stati gli unici 8 km “rubati” al cammino effettivo; il buon Dio ce ne scusi; è stato proprio divertente.

Arriviamo al Cebreiro, uno dei luoghi più suggestivi e carichi di storia, anche se rovinato da troppi esercizi commerciali. C’è una Chiesa ove si ricorda un miracolo eucaristico del XIV secolo. Un contadino, per partecipare alla s. Messa arrivò in ritardo a causa di una tormenta di neve. Il sacerdote, vedendolo arrivare tardi e sotto la tormenta, rise in cuor suo di lui e del fatto che si sia spostato per ricevere un pezzo di pane. Improvvisamente, l’ostia e il vino divennero carne e sangue. Ora il contadino credente, e il sacerdote incredulo sono seppelliti vicini nella stessa Chiesa.

E’ stato bello poter pregare in pace per alcune decine di minuti. Poi entriamo in un ristorante e ci facciamo portare… indovinate cosa? Polpo alla Gallega. (non Cinchos…)

Con noi si aggregano anche le americane incontrate qualche giorno or sono.

Per fortuna stiamo mangiando polipo e non entriamo in tema pasta-asciutta. Tutto è bene quel che finisce bene…

24-27/9/13 a Rabanal del Camino

Questa che comincia ora, la fase 3, fino a Santiago, è stata la parte più faticosa. Forse perché cominciano i sali scendi della regione della Galizia, con un paesaggio che è molto simile all’Irlanda. Ci saranno mucche, ma mangeremo polipi. Avvicinandoci pian piano all’oceano anche il tempo sarà più variabile, anche con qualche giornata piovosa. Ma comunque sia l’uscita da Leòn è desolante. Mi ritrovo solo. Ogni tanto è bene restare nella solitudine. C’è un tempo per ogni cosa, dice Quoelet 3 (che sembra accompagnare queste tappe):

"Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare." 

Questo è il momento della solitudine e del pianto. Non è tanto quella solitudine dell’inizio, quando magari è tutto nuovo, e anche se sei solo hai tutto da vedere, amicizie da conoscere, sei carico per l’avventura. Ora questa solitudine è carica di tanti volti che ho visto nelle precedenti tappe, Mauro, Anne, Teresa, Roberto, i Paoli… Chi è andato per motivi di lavoro, chi ha rallentato, chi ha sorpassato. Questo tempo è anche carico di persone che hanno lasciato questa terra. Anche se sappiamo che la morte non ha l’ultima parola e ci ritroveremo ad una grande cena (tranne chi non vorrà partecipare) il dolore del distacco resta e fa male. A volte circondiamo il nostro cuore di una corazza credendoci più forti; invece semplicemente ci impediamo di vivere, diventiamo sklerocardici. Ovvero incapaci di flessibilità cardiaca, con il cuore indurito. (p.s. e’ lo stesso irrigidimento di quando diciamo ad uno che è sclerotico; le sue congetture neuronali sono bloccate e, per l’appunto, di fronte ad un imprevisto sclera…).

E’ curioso: quando pensi a persone che nel gergo tecnico e un po’ paganeggiante non ci sono più, improvvisamente ti sembrano più vicine, anzi, sembra stiano facendo il tifo per te. Ti stanno accanto e ci puoi parlare, o meglio comunicare, che è più di parlare. (per chi avesse aperto il blog in questa pagina volevo ricordare che non sono ubriaco, non mi sono fatto di MDMA, o non sono un medium cartomante, è la cosiddetta comunione dei santi: ovvero chi è in cielo prega per noi, e noi preghiamo per coloro che sono di là, specialmente le anime che ancora necessitano di purificazione).

Quando pensi alle persone morte subito il nostro mondo cerca di farti distogliere l’occhio dalla realtà: basta vedere le espressioni linguistiche: si è addormentato, ci ha lasciati, non più tra noi, è scomparso (e dua è gito? direbbe Michele P. altro amico di Castello), ha smesso di soffrire, (questa è super): Non ti avrebbe voluto veder piangere e non lo vorremmo neanche noi, (questa è un’altra perla): Non chiedetevi dove sia andato, ma pensate a cosa vi ha lasciato nel cuore, quello non potrà toglierlo nessuno, il caro estinto, (per un meteorite??!); ma soprattutto questa, e l’ho lasciata per ultima: si è spento. (come disse quello che era morto bruciato).

Ma oltre alle persone defunte, il ricordo va a quelle persone che nonostante la presenza, ti domandi se fossero state effettivamente vive; e anche io, nel frattempo mi rendevo conto di quante relazioni erano apparentemente vive, ma erano morte dentro. Putrefatte chissà da quanto. Anche la Apocalisse c.3 ci mette in guardia rispetto a questo rischio:

"Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te."

Come l’acqua è necessaria per la fecondità dei campi, anche la nostra anima necessita di 3 acque salate per essere purificata: sudore, pianto, e il mare (ove faremo l’ultima purificazione, vedremo).

Il termine purificazione mi piace farlo derivare dal greco pur – Fuoco. Una purificazione con il fuoco. Usando l’acqua. Quale acqua è come il fuoco?. Il cosiddetto battesimo di fuoco dello Spirito Santo. Di Gesù. Nella tua vita, come un bravo medico, che ha a cuore la tua privacy, ti prende nei momenti di solitudine e ti cura; a volte con metodi poco ortodossi, rompendoti ossa, gambe; per farti rialzare nuovo e con la giusta postura (un buon ortopedico); a volte da bravo infermiere ti fa sanguinare la ferita per asportare il pus che potrebbe infettare la piaga; a volte pota, taglia una parte di te, che è voluta andare per i fatti suoi, come una massa tumorale per farti rinascere ancora più florido. Ma lipperlì è un bagno di sangue. Era quello che stava capitando a me. E questo fuoco utilizza le scorie dei tuoi peccati, delle tue fragilità e le utilizza, non butta via niente; un po’ come il maiale.

Oggi è il 23 Aprile 2020 (mentre sto scrivendo); avevo lasciato il blog alla parola “maiale” in attesa di completarlo e la provvidenza ha voluto che oggi fosse arrivato tramite Amazon (p.s. ricordati di chiedere qualche piotta per la pubblicità) l’autobiografia di S. Ignazio di Loyola. E giusto 20 minuti fa stavo leggendo il primo capitolo quando, azzoppato da un cannone, stritola una gamba, e poi farà altri interventi correttivi per ricominciare a camminare. La stessa storia che sto trattando ora. Che bello!

Dato che di questa giornata ho poco da raccontare, vi racconto la vita di S. Ignazio di Loyola in brevissimo. Ignazio fino ai 26 anni era un uomo dedito alle vanità del mondo e all’esercizio delle armi (coincidenza: anche io a 26 anni cominciai il cammino di Santiago, anche se con poca vita mondana alle spalle e le uniche armi che conosco sono forchetta/coltello e una carabina per uccidere piccioni). Nel frattempo che fu in convalescenza per via degli interventi (senza anestesia) alla gamba, era solito leggere romanzi cavallereschi… etc, ma gli unici libri disponibili in quel luogo erano la vita di Gesù, e la vita dei Santi.

Sant’ Ignazio di Loyola, ormai Santo (vedi veste e aureola)

Nonostante un’iniziale repulsa, (è come se Rocco Siffredi va dal dentista e nella sala di attesa si legge i fioretti di Suor Germana) vede che questi libri “gli scorrono”, sente che stanno parlando a lui, stanno parlando di lui, ma soprattutto di Lui. Così, dato che, zoppo non riuscirà più ad ottenere i suoi precedenti obiettivi; si dice, perché non poter vivere una vita simile a San Francesco, a San Domenico… Era possibile. Non glielo impediva nessuno, anzi qualcuno si: i suoi parenti, e quelli del casato che avrebbero perso la loro punta di diamante. E come prima tappa della sua nuova vita decide di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme. A piedi, e addirittura zoppo. Sarebbe stata una buona penitenza per purificarsi da tanti peccati; aveva sicuramente ucciso e fatto uccidere molte persone. (io mi sono limitato ai piccioni, ma alcune volte la tentazione è stata forte ahahah).

Ignazio era originario di Loyola, ed è bello ritrovare nei suoi scritti riferimenti a cittadine del Cammino di Santiago… Burgos, (dove si era informato per l’eventualità di entrare in una certosa) cita il duca di Nàjera, Navarrete… Dopo molte peripezie, (è stato giudicato anche dal S.Uffizio), il suo stile evengelizzatore prende piede e fonda un ordine: i Gesuiti; che si sono diffusi in tutto il mondo. Come caratteristica, oltre ai tre voti classici, povertà, castità, obbedienza, hanno il 4° voto: il voto al Santo Padre. Ora Papa Francesco, all’anagrafe Jorge Bergoglio è un Gesuita.

Uno degli insegnamenti più importanti di S.Ignazio è il discernimento degli spiriti. Ovvero: ripensando alle sue eroiche passioni, e leggendo la vita di Gesù, si era reso conto che nel suo cuore c’erano due entità che parlavano; la prima lo esaltava, lo eccitava, ma dopo un po’ di tempo si trovava in uno stato di aridità e di spossamento, mentre la seconda, era una voce più luminosa e consolava, e riscaldava e soprattutto era costante, come una fonte zampillante. Da queste due dinamiche basilari chiamate le desolazioni, e le consolazioni, costruì un metodo per il discernimento degli Spiriti. Questo è possibile esperirlo in un mese di preghiera e “discernimento”; è il cosiddetto Mese Ignaziano.

Un’altro pellegrino celeberrimo verso Santiago fu probabilmente San Francesco; ad Astorga c’è una Chiesa dedicata a lui, forse a ricordo del passaggio del Poverello di Assisi. Se ne parla ne i Fioretti direttamente, e indirettamente in altre fonti.

Come Ignazio sentì scorrere dei libri, che “giravano”; anche io ho provato un’esperienza simile qualche mese prima della partenza. (ora il racconto dei santi finisce, e ritorno al mio sproloquio)

Ero in sala, stavo studiando per non so quale esame, e tra i vari libri, ce n’era uno di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino chiamato “Per una Chiesa Scalza“. Avevo un certo pre-giudizio su Olivero. Dato che era molto letto da mia madre, e da una zia molto devota, mi immaginavo che era uno di quei preti, o robe del genere che per parlarti di Dio cominciano a partire scrivendo 96 riflessioni, offrire 54 testimonianze, per la gggioia vera, spiritualità in cammino, tutte cose cervellotiche o iper filosofiche o parrocchione… robe pallose insomma. Quindi, ancora me lo ricordo come se fosse oggi: lo aprii a caso, quasi snobbando quello che stavo a fare e leggendo la pagina che si era aperta beccai la pagina che parlava di Città di Castello, il mio paese. La cosa mi stupì, così continuai a leggerlo; e lo rilessi continuamente per 3 volte di fila… Il libro “girava”. E mi “piaceva”. Dopo Santiago ebbi la fortuna di trascorrere al Sermig facendo volontariato e pregando circa 5 mesi. (Chissà, sarà lo spunto per il prossimo blog… ce ne sarebbero di cose da dire, e anche da ridere…)

Quindi, tornando a noi, camminavo molto abbacchiato, e una soluzione (adottata anche nelle precedenti tappe) per non sentire il dolore, o alleviarlo e camminare meglio è stata la musica. Avevo messo nel mio Iphone4 comprato per l’occasione (anche le foto le faceva molto bene, è stato un ottimo acquisto) l’intero cd del Sermig, per l’appunto, chiamato “Preghiera”. La musica ti aiuta ad entrare in profondità, a in-tonarti con la tua anima. E ti da’ anche quello sprint in più quando ce ne hai bisogno. I suoi effetti sono talmente importanti ed evidenti che è stata considerata “doping” e vietata ai corridori della maratona nelle discipline olimpioniche. Il cd è stato realizzato dal laboratorio del suono del Sermig dove canta Marco, ora consacrato del Sermig, che era un amico di infanzia in quanto abitava a Trestina.

La tappa della sera è Villar de Mazarife. La tappa è relativamente breve e piana, 22 km, pertanto me la prendo comoda. Appena fuori da Leon, visita alla Virgen del Camino.

Croce che apre la strada al Cielo.

Poi qui è il momento, ora che ricordo, di descrivervi una grande figura di m…a. Purtroppo, non solo in senso figurativo. Descrivo in breve la situazione, nei giorni precedenti si era diffusa tra i pellegrini una forma di diarrea; non è dato sapere se a causa virale o a causa dell’acqua contaminata. Pertanto, nelle tappe precedenti, si erano susseguite corse dei pellegrini ed imboscate, o occupazioni massicce dei bagni dei bar. Fino a questa tappa ne ero stato salvato. Ora, metti il polpo della sera prima, vuoi lo stress della ripartenza, vuoi perché era arrivato il mio turno e quel giorno toccava anche a me. Bene, nei pressi de la Virgen del Camino, dopo aver visitato la Chiesa, entrai in un boschetto. P.s. la carta igienica è un’altro must del cammino. A meno che non vi piacciano di più le foglie di fico.

Bene, riprendo a camminare. Dopo dopo qualche kilometro, ad alcune centinaia di metri dall’albergue, si ripresentano i dolori. In quel determinato momento non potevo sgattaiolare via, in quanto ero contornato da case. Cerco di fare lo gnorri, non ci devo pensare, non ci devo pensare… appena finite le case, sulla sinistra si apre uno spiazzo con solamente un albero rinsecchito, pertanto provo a tirare un po’ la corda… non ci devo pensare, (fischietto), non ci devo pensare, non ci devo pensare, ma improvvisamente vedo a circa 50 metri non di più un bar. In quel preciso momento la mia mente va avanti, apre la porta del bar, fa finta di prendere una bottiglia d’acqua, “Quant’è?” anzi “Cuanto es?”; e poi subito dire “una pregunta por favor, tienes el baño?”, “claro que si” e ti presentano una chiave un po’ arrugginita sulla parte inferiore, che tu prendi sorridendo, con i tuoi migliori sorrisi e con molta nochalance, a cosce pare, ti avvi a celebrare il tuo 25 Aprile, la tua liberazione e tatatatattataam…”. Invece mentre la testa era corsa avanti, l’intestino stava nuotando a dorso e non vedeva dove era arrivata la testa. Era fantasia. Pertanto, anche se ero lungo la strada in fila con un po’ di pellegrini, un po’ incuriositi ma consci dell’epidemia, inserisco la freccia a sinistra e:

"trovo parco rifugio nei pressi
dell'alberello spoglio, 
dove 
spoglio anche io, 
lascio, a indeterminata memoria, 
una rimembranza de'bassi rogiti.
Non pago
la tenda inguinal, 
che suolsi mutar, 
cangiante color,
volutamente tolsi."

Per chi non la capisse, provi a rileggerla un’altra volta; oppure vi dò un indizio: “Corazzata Potemkin“. E qui passo e chiudo.

Pertanto la prima tappa era andata un po’ così, una giornata uggiosa una giornata….

Albergue discreto, mi prendo un po’ di roba dal market e me la mangio. La mattina dopo si riparte. La tappa successiva è Astorga. Durante il cammino re-incontro Micheal, qui in un momento di siesta:

Era da qualche giorno che non lo rivedevo, mi ricordo che preferiva vivere molto alla giornata, anzi all’ora; dove lo conduceva lo Spirito; e qualche volta, anche per risparmiare, era solito dormire in qualche capanno vicino alle Chiese o in qualche stalla. In questa tappa, precisamente ad Hospital de Orbigo incontro anche l’altro “mistico”: il polacco. Era presente al rifugio a Grañon. A capo tavola. Ha fatto il percorso totalmente in provvidenza. E’ stato bello scambiarci quattro chiacchiere. Anche lui, come Micheal spesso e volentieri dormiva fuori, o accolto in qualche famiglia che generosamente gli metteva a disposizione qualche spazio, sotto un tetto, per dormire. In questo paese c’è un ponte molto bello, del X secolo, con 20 arcate. Vi allego una foto.

Il ponte sul rio Orbigo. X sec.

Arrivato ad Astorga mi sistemo al municipale in piazza San Francesco. Questa volta non prendo un albergo; l’abergue, gestito dagli Amici del Cammino di Astorga è molto accogliente. Riti di purificazione, giretto per la città, ma senza musei o Chiese. Anche se ne ha di molto belle; è tardi. Preferisco farmi una vasca (giro) per il paese e intrufolarmi in una trattoria dove ritrovo un po’ di gente delle tappe precedenti e ceniamo. Ci facciamo un boccione di vino rosso. Poi a letto abbastanza presto. 21.30.

La tappa per Rabanal del Camino è abbastanza facile, anche se cominciano a farsi vedere i dislivelli che caratterizzeranno le tappe successive. Si comincia a risalire.

SI vedono le montagne, e in queste montagne, altrimenti soggette ad un forte spopolamento; i cittadini riescono a restare e a sopravvivere proprio grazie al Cammino e all’indotto che questo crea. Chi gestisce un ostello, chi ha un bar, ristorante; alcuni pellegrini, innamorati di questi luoghi hanno deciso di comprare casa e venirci a stare. Il Cammino non è solo per devoti fuori dalla cognizione del tempo. Sarebbe bello che anche le regioni e lo stato Italiano offrissero più attenzione e uniformità tra le regioni anche ai cammini italiani. Cito ad esempio il Cammino di Francesco (La Verna – Assisi); ed anche la via Tiberina (La Verna – Assisi) con un altro percorso, e passa per il santuario di Canoscio.

Arrivato a Rabanal del Cammino mi sistemo, riti di purificazione, e giretto per il paese. Nell’ostello gente simpatica e in questo paesino, circa 100 abitanti, presidio dei templari nel XII secolo con il compito di proteggere i pellegrini, resta attivo il monastero di San Salvador, dove riesco a partecipare e pregare i vespri. L’atmosfera è a dir poco surreale. In ostello ci sono delle ragazze americane, una chiacchiera tira l’altra, sei italiano, ah si pizza, mandolino Pavarotti e bevi vino; si proprio quello, ma aggiungo io: ma anche la pasta; anzi sapete che vi dico? vi preparo un bel piatto di pasta aglio olio e peperoncino: E loro: Ok, yeah. Very good. Il problema, e qui me ne vergogno e dolgo, è che io al tempo non sapevo cucinare. Pertanto, la pasta in bianco non era un problema, olio o burro, parmigiano sopra e passa la paura. Ma per fare una pasta un po’ più complessa rischiavo molto. Ho tirato basso anche perché non so nel Market li a fianco cosa avrei trovato. Ma alcuni ingredienti, in ostello non mancano mai. Pertanto mi ingegno per fare questa pasta assieme a carote grattugiate con olio e una punta di aceto. (tanto mi dico, queste so abituate al MC Donald, glie posso cucinare anche un calzino, non se ne accorgono). Pertanto metto l’aglio a soffriggere, ma non avendolo mai fatto, soltanto avendolo vistolo qualche voltola, passo col tempo e da soffritto mi viene fritto. Lipperlì non ci faccio caso. Appena la pasta è cotta butto giù sto olio, ma mi sembrava effettivamente un po’ caldo. Lo lascio sedimentare mentre le ragazze sono arrivate, e imbarazzato come pochi cerco di distogliere l’attenzione da ciò che sto facendo andando a prendere il parmigiano, (o quello che si può definire tale) qualche chiacchiera etc. Quando vedo che l’olio ha abbandonato il suo stato di fissione nucleare, ed è pronto per essere mangiato (spero ingoiato), lo metto in tavola. (non sono responsabile del sangue di costoro) Ne servo e poi me lo servo. Faceva ovviamente schifo. Ma loro sembravano abbastanza contente. (chissà che pasta mangiano negli USA), per lo meno sulla cottura al dente della pasta avevo fatto un ottima figura, per quanto riguarda il condimento era meglio utilizzarlo per la motosega. Le ragazze le ho riviste al Cebreiro e in forma. Probabilmente l’apporto di grassi saturi di questa pasta se lo sono portato dietro fino a Santiago. Ultreya y suseya. (Gli esperti del cammino capiranno!!!).

20-23/9/13 a Leòn

Ti sei mai perso? Ad eccezione dell’inizio, e di un’altra volta in cui feci solamente alcune decine di metri in aggiunta per non aver visto un segnale, perdersi nel cammino Francese è praticamente impossibile. Dovresti essere proprio un tòcco. (e non quello di classe)!!! Infatti delle presenze rassicuranti che ti procurano liberazione di endorfina costante sono queste:

Nel cammino francese ce ne sono una infinità. Il segno fu introdotto dal parroco di O’Cebreiro, Don Elias. Per aiutare i pellegrini a seguire il corretto tracciato utilizzò un secchio di vernice gialla avanzata. Da allora divenne “virale” e restò il segno ufficiale che indica la via per Santiago. E’ molto bello vedere come le istituzioni spagnole abbiano colto al balzo la proposta della ri-attivazione del cammino. Ovviamente ci saranno state anche incomprensioni, lungaggini burocratiche, ma passandoci, hai l’impressione che ci sia un non so che di unità, non si nota il passaggio tra le varie regioni. In un tratto di queste tappe che vo descrivendo, la regione Castilla aveva messo delle “indicazioni di cortesia”; ovvero ti dicevano ogni mezzo chilometro, con dei cartelli appositi, quanti km ancora ti rimanevano per raggiungere la meta: Santiago. E non erano pochi: Pertanto “480,5 km – La regione Castilla ti augura buon viaggio (quasi un CCISS viaggiare informati)” “480,0 km – La regione Castilla ti augura buon viaggio”; “479,5 km – La regione Castilla ti augura buon viaggio”… beh alla fine, Ah regione Castì ma te ne voi andà…. Ok.

Uno dei consigli per la partenza mattutina, è quello di fare un leggero stretching, schiena, gambe. E pronti. Ovviamente colazione in albergue o appena puoi.

Come ricordato nella mia preziosa guida di TerrediMezzo, questa tappa ha una particolarità. Mentre nelle precedenti potevi godere della visione delle vigne della Rioja, di qualche Chiesa, di qualche cane, delle imprecazioni da indirizzare agli altipiani desertici, ora ci si trova a camminare per 17 chilometri di fila nel nulla. O ancora, peggio del nulla, un paesaggio sempre uguale. Ogni mezz’ora in cui cammini in pianura sotto il solleone (in Settembre comunque dicono sia migliore rispetto alla canicola di Agosto) alzi la testa e vedi sempre lo stesso paesaggio. Strada, alberi sulla sinistra e ancora sulla sinistra catena di colli. e di nuovo… E’ veramente snervante. In queste tappe, avendo più tempo per starmene in solitaria, ho anche più tempo per pensare, per pregare. Il rosario è un ottimo compagno di strada. Una volta, non ricordo in che tappa, pertanto inserisco questo personaggio qui, un ragazzo, seminarista, vedendo che dico il rosario si avvicina e mi dice, “che bello, dici il rosario” Io:”e si”. Lui: “Lo diciamo insieme? Io: “volentieri” Lui: “ma io lo dico in latino se per te non è un problema” :-O. “no nessun problema, anzi… me lo rinfresco”. E facemmo il rosario in latino, i famosi Pater, Ave, Gloria e Salve Regina gregoriano (che tra l’altro è di una bellezza unica).

Finalmente arrivo all’Albergue. Molto carino, faccio doccia, bucato con sapone di marsiglia, appendo gli abiti, e dato che non c’è nulla, ma proprio nulla oltre l’albergue mi spaparanzo (è una voce onomatopeica dialettale) sul tavolino e birretta con gli avventori. Arriva l’ora di cena, mi siedo in un tavolo in cui becco 3 pezzi grossi americani.

Ho incontrato tantissimi americani nel cammino, forse è per quello che anche il mio inglese è diventato molto più slangato. Per la preparazione linguistica mi ero affidato al vicino di casa Patrick, londinese importato a Badia Petroia e ai libri di Joan Peter Sloan. Ero stato anche in terza media a Londra per fare una vacanza studio, fu curioso il fatto che una italiana del nostro gruppo, di Sansepolcro, non sapendo nuotare si accostò a dei ragazzetti che erano già ammollo, e chiese loro se riuscivano a toccare, (da noi si dice “tocchi”?) Quando lei, tra l’altro anche caruccia, disse loro “Hi guys, do you touch?” Loro capirono evidentemente altri fondi di piscina. L’equivoco fu chiarito in brevissimo.

Questi tre signori simpaticissimi con cui ho condiviso la comida, Alex, Alex e Martah (con la a scialata in fondo) erano esponenti dell’alta finanza americana e la signora addirittura una cosa come manager della Coca Cola… Infatti parlandoci disse che si era potuta permettere 2 mesi di ferie lasciando le incombenze al/alla vice senza colpo ferire. Il mio teorema dicente che il cammino è percorso da mistici, pazzi, pensionati e sfondi di soldi si stava sempre più verificando. Allo stesso tempo mi rendevo conto di quanto la mia posizione si stava ormai stabilizzando sulle prime due. Auch.

L’albergue era molto carino, la sera, dopo la conversazione americana mi intrufolai in un gruppo di portoghesi e giocai con loro ad un simil-risiko. Poi a letto. Anzi a sacco a pelo.

Per chi pensasse: ma dopo una media di 25 km al giorno e dopo una quindicina di tappe non eri stanco? Si, anzi ripropongo la questione facendola con il format delle domande:

Dopo una media di 25 km al giorno e dopo una quindicina di tappe non eri stanco? Si, ovvio, ma c’è un segreto, poi nemmeno tanto segreto. E’ l’accoppiata doccia-siesta. Una volta che ti sei lavato e hai sistemato il sacco a pelo ti schiacci quella mezz’ora o anche di più se necessario che ti ricrea. Pertanto la sera ti puoi permettere altre visite e/o addirittura giochi da tavola o movida cittadina.

Si riparte.

Alba delle mesetas.

Il buon Signore stamattina mi fa partire con questo stunning landscape/scenary. (prorompente paesaggio, scenario) Le lezioni dal maestro Patrick non sono andate a vuoto. Butta là.

L’alba del cammino, come il tramonto, ti stupisce ogni volta. E’ la certezza che il sole, nonostante la tenebra della notte, c’è e sicuramente ricomparirà. E ogni mattina si presenta con un “vestito” diverso. Osea 3 ci dice: “Affrettiamoci a conoscere il Signore,
la sua venuta è sicura come l’aurora.”
Anzi cerchiamo di non farci trovare impreparati. Ancora Osea:

“Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca
e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l’amore e non il sacrificio,

la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Negli anni di seminario passati ad Assisi, durante la recita delle lodi, recitando il salmo 118 dicevamo una “bugia formale” ovvero questa: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti.” Mentivamo spudoratamente, la notte infatti non era prevista l’alzata monacale e dopo ore di studio della giornata e impegni organizzativi la sera eravamo cotti, pertanto non potevamo non recitare questa formula senza guardarci e metterci a ridere.

Quando parti con il buio sei come il cercatore che sa che il sole verrà e ti muovi dato che hai questa speranza, anzi questa certezza:

"Mi metterò di sentinella,
in piedi sulla fortezza,
a spiare, per vedere che cosa mi dirà, [...] 
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà». (Abacuc 2) 

Isaia ci mostra la figura della sentinella, inquieta, energica, :

"La vedetta ha gridato:
«Al posto di osservazione, Signore,
io sto sempre, tutto il giorno,
e nel mio osservatorio
sto in piedi, tutta la notte." [...]
Mi gridano da Seir:
«Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?».
La sentinella risponde:
«Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!».
(Is21)

La Chiesa fa terminare la preghiera delle Lodi con questa preghiera, il Benedictus, in cui si dice:

"E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo 
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, [...]
per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge 
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre 
e nell'ombra della morte 
e dirigere i nostri passi sulla via della pace». Lc 1

E le atmosfere serali non sono da meno in queste zone:

Tramonto nelle mesetas.

La Chiesa, la sera, dopo la recita dei salmi e della lettura, dopo aver pregato per le circostanze della giornata affida tutto a Maria, Madre di Dio. E si canta il Magnificat.

"L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio,
mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà
della sua serva." [...]
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua
misericordia, come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre.
Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre
nei secoli dei secoli.
Amen." 
Lc 1  

Dopo i Vespri, c’è la preghiera finale del cristiano : la Compieta. In cui si verifica la giornata, si ringrazia Dio ed eventualmente si chiede perdono per le mancanze. C’è una antifona bellissima che affida a Dio l’anima e il corpo; la pongo di seguito:

 "Nella veglia salvaci, Signore,
nel sonno non ci abbandonare:
il cuore vegli con Cristo 
e il corpo riposi nella pace."

La sera arrivo a Bercianos. Anche questo è un rifugio parrocchiale, era da molte tappe che non mi ricapitava un ostello simile. Pavimento in legno, bella accoglienza come al solito, e anche qui splendida zuppa d’aglio. Mi ritrovo con alcuni già visti in precedenza, tra questi c’è Micheal, il tedesco. Appena entro nel rifugio lo vedo che con cuffie è attaccato al monitor del pc e con le mani alzate. Vabbè, sarà in crisi di astinenza musicale… La sera a cena dopo aver parlato di fede, di religione mi dice:

“potrei pregare per te?”. “si certo” così, in inglese alza le mani e invoca lo Spirito di Dio su di me. Parla in Inglese e sento che le parole che dice sono tutte benedizioni. “Ti prego per il tuo figlio Francesco (in tedesco la pronuncia è una specie di Franzesko), è tuo figlio, proteggilo, in questo cammino, nella sua vita, fagli sentire il tuo amore. Nonostante non fossi abituato a queste esternazioni di fede la cosa non mi stupisce più del dovuto e lo ringrazio. Micheal sarà un segno della provvidenza in alcune situazioni che alla fine del racconto vi svelerò. Non appartiene a nessuna confessione religiosa “standard”, ma, protestante di origine mi dice di appartenere ad una chiesa free church. E le canzoni con cui pregava nella sala del rifugio erano degli Hillsong United. (p.s. per chi non lo sapesse le canzoni che attualmente vengono cantate dal RNS Rinnovamento dello Spirito, sono per lo più prese da questa Chiesa, proveniente dal ceppo protestante e riadattate in Italiano).

La mattina dopo, entriamo con Micheal in un bar a fare colazione; io arrivo al bancone dove c’era un ragazzo, ordino il cappuccino, una pasta, chiedo a Micheal cosa volesse e lui, chiama il barista gli dice ancora “posso pregare per te?”; il barista è un po’ sconcertato, non sa cosa fare, alla fine accetta: Micheal alza le mani ed invoca lo Spirito Santo su di lui. Quello che ho visto è stata la prima sorpresa di Micheal ed un grande insegnamento del Cammino. Il barista (che sa l’inglese e riesce a comprendere le parole di Micheal) improvvisamente diventa rosso, si commuove e si mette a piangere come un bambino. Non smette mai di ringraziarci (anche se io avevo solo ordinato un cappuccino), di ringraziarlo, e lui gli dice, “non a me, ma a Dio”. Il barista ci offre tutto. Usciamo.

Nel giro di mezza giornata siamo diventati come Pietro e Giovanni che nel Vangelo, all’uscita del Tempio dicono allo zoppo: “Guarda noi” Ed egli li guardava attentamente, sperando di ricevere qualche cosa da loro. Ma Pietro disse: «Io non ho né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina!».” At 3.

Anche se non ho in particolare simpatia i modi di fare dei protestanti, specialmente quando insistono troppo sul coinvolgimento emotivo, sull’atmosfera della preghiera, su una spiritualità un po’ filo new-age. Sono rimasto stupito dalla capacità evangelizzante e comunicativa di Micheal e nel contempo facevo il paragone con me e con noi cristiani.

Lungo il cammino avevo sì parlato della mia fede ma in modo quasi privato, o sbilanciato sul razionale-filosofico. La capacità di Micheal di agire in modo totalmente disinteressato per portare l’amore e il nome di Gesù mi ha lasciato molto stupito.

Siamo in prossimità di Leon. Decido di fermarmi a Mansilla de Las Mulas. Soliti riti di purificazione, doccia etc. Poi, dato che il paesino è molto tipico, con le ciabatte infradito vago in modalità molto scialla per la cittadina (ha circa 2000 abitanti). Sento della musica provenire da un garage (sono le 15.00 circa); sono dei ragazzi del posto (dall’aspetto mi sembrano addirittura latino-americani) che suonano; stanno facendo le prove. Curioso come le serpi vecchie (un modo di dire nostro) mi intrometto e gli dico se posso ascoltare. Tanto, mi dico, soldi non ne ho, più che menarmi che possono fare? Dicono che stanno facendo le prove per la preghiera (protestante delle 18.00). Ah, oggi ho beccato la giornata luterana; tra Micheal e questi… Ascolto un po’, sono di medio-basso livello musicale = posso permettermi di dirgli che sono musicista. Dopo un po’ glielo dico, il tastierista allora mi invita ad occupare il suo posto, per bona-creanza, lipperlì rifiuto, ma al secondo invito prendo possesso della Yamaha PSR mandata a tutto buco su casse spaziali. Non sapendo cosa fare elaboro un pensiero che qui trascrivo per comodità (dunque, io sono italiano, non conosco troppe canzoni rock, questi sono di una setta protestante, pentecostale, ma le canzoni che suonavano prima non sono degli hillsong, sono in Spagna, vicino a Leon non conosco canzoni spagnole se non speedy gonzales che poi tra l’altro è una canzone italiana e poi questi sono latino-americani) mi fermo come homer simpson sull’ultima parola: americani, americani, americani… si, ho trovato: gli faccio la musica di un colossal: Titanic. Infatti la conoscevano, da un cellulare mi mostrano il testo su internet e gliela canto e gliela sono. Sono estasiati. (ps mi piace vincere facile) Mi registrano. Poi stacco, scambiamo altre battute e ci tengono che io ritorni per le 18 per la riunione dei fedeli. In effetti, dopo essere tornato in albergue ricapito, mi avevano riservato una sedia di plastica e mi becco la celebrazione. Musica a tutto volume, erano una ventina di persone, non più. Ad un certo punto alcune donne esternano alcuni loro problemi, su una situazione specifica (ora parlano spagnolo e fatico un po’ di più, ma a senso la situazione doveva essere questa) il pastore le rassicura e pregano tutti per queste intenzioni, e ogni tanto cantano. Fine. li saluto e torno all’albergue. Qui con 2 € mi unisco ad una comitiva per la cena e mangiamo. Mi sembra pasta e tonno…

Sto facendo una fatica bestia per ricordare ciò che è accaduto. Dopo un po’, neuroni addormentati da 7 anni sembrano risvegliarsi e riportarmi volti, storie, odori, luci, suoni, collegamenti. In effetti ora sto visualizzando il centro di Mansilla ed io che spiego le caratteristiche architettoniche della chiesa del mio paese a due pellegrini, ancora sorseggiando una birra. Grazie neurone che mi hai dato queste informazioni anche se per voi lettori sono notizie al quanto inutili.

Il pomeriggio, dopo aver passato la triste periferia, arrivo a Leon. Sono abbastanza in forma. Ancora una volta, arrivati nei pressi della città rivado su Booking e mi trovo un’offertona: un hotel a 4 stelle (se non 5) a buonissimo prezzo. Entro in città e mi ci fiondo. Questo è l’ingresso:

Dopo molto tempo mi rifaccio una doccia come si deve. Non so se già lo hanno fatto comunque darei un premio nobel, o anche una canonizzazione, all’inventore della doccia, anzi della doccia calda. (pertanto sono due inventori da premiare: inventore della doccia, e inventore dell’acqua calda… che scoperta!!!).

Appena fuori dall’hotel ritrovo Ginevra con altri due ragazzi.

La sera ribecco Marco e Vania, Marco è ancora più ciondolante a causa del mal di piedi, Vania invece sembra abbastanza elettrizzata, forse è l’effetto della stanchezza, ci salutiamo e ci diamo appuntamento per fare una cena con i fiocchi. Stiamo per entrare in Galizia e da adesso in poi comincia a farsi più frequente la presenza del piatto tipico: il pulpo alla Gallega. Il polipo. Pertanto la sera becchiamo un ristorantino, polipo, altre cose, vino bianco fresco e mentre noi andiamo a fare un po’ di movida; (per quel poco che le forze del pellegrino permettono) gli altri pellegrini che alloggiano negli albergues cittadini hanno il coprifuoco alle 22.00. Marco e Vania sospendono il cammino a Leon e per motivi di lavoro ritornano in Italia. Ora, come dicevo prima, hanno 2 bambine e sono in attesa e di completare il cammino francese (da Leon a Santiago) e di farne altri.

Quando uno comincia a camminare, è pellegrino per sempre.

La mattina dopo riposo, giretto per la città e preparazione psicologica per la terza e ultima fase. la Fase C da Leon a Santiago.

16-19/9/13 a Carriòn de Los Condès

Riparto da Burgos. Il gruppo è naturalmente scoppiato. Anne e Mòria ne approfittano per fare shopping e ci salutiamo.

Da qui comincia la FASE 2, fino a Leòn. (scrivo in tempo di quarantena, in Italia, con il Coronavirus, la fase 2 sta a significare la lenta ripresa delle attività lavorative che dovrebbe essere spero il 2 Maggio; di quest’anno, ben inteso). Si entra nelle mesetas.

D’ora in poi sterminate pianure di grano, polvere, sassi, vento. Infiniti chilometri, poca gente (molti sono soliti saltare queste zone per la loro asprezza). Qui il tempo comincia ad assumere una forma diversa. Entri in un clima particolare. Subentrano le prime crisi. Tentazioni? non lo so. Ma il famoso “chi me lo ha fatto fare?” comincia a farsi sempre più costante.

Einstein disse che le componenti spazio/temporali sono relative. Noi siamo abituati a vivere di solito in un contesto Cartesiano: X/Y e tutto quello che esula da questo schema non è oggettivabile o degno di interesse. Einstein sembra molto in linea con il detto biblico del salmo 90, che vi cito per intero nella sua bellezza: (p.s. per gli allergici alla Sacra Scrittura consiglio di leggere solo le parti in neretto)

"Signore, tu sei stato per noi un rifugio
di generazione in generazione.
Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, o Dio.
Tu fai ritornare l'uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell'uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato, 
come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l'erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.
Sì, siamo distrutti dalla tua ira,
atterriti dal tuo furore!
Davanti a te poni le nostre colpe,
i nostri segreti alla luce del tuo volto.
Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera,
consumiamo i nostri anni come un soffio.
Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
e il loro agitarsi è fatica e delusione;
passano presto e noi voliamo via.
Chi conosce l'impeto della tua ira
e, nel timore di te, la tua collera?
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,
per gli anni in cui abbiamo visto il male.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e il tuo splendore ai loro figli.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rendi salda."
Sicuramente uno dei miei amici di Umbertide, Andrea F., leggerà solamente la parte in nero. Se va bene...
Mille anni sono come il giorno di ieri che è passato. Che bello.
Già nella filosofia cristiana era stata posta l'attenzione non tanto sul Chronos (il tempo misurabile, da cui crono-metro), ma sul Kairos. Ovvero il tempo si intensifica in momenti particolari della tua vita che diventano improvvisamente pieni di significato. Per gli antichi ebrei Dio era sì l'Altissimo, ma fortemente visibile ed operante negli eventi della storia. Infatti i 10 comandamenti, (o meglio le 10 Parole, rivolte da Dio a noi) non cominciano in modo diretto: IO SONO DIO. NON AVRAI ALTRO DIO...NON... NON .... RICORDATI DI... ONORA...
Nella Bibbia il racconto ha questo incipit che dà il senso a tutti i comandamenti:

Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: ” Dt 5,6

Ovvero sono il TUO Dio, non un Dio astratto, presente nella tua vita, che ti ha liberato dalla schiavitù. Dagli Idoli, da un Dio che non parla, non sente e di conseguenza non può salvare. A un Dio così, si può fare affidamento ed obbedirgli.

La meseta.

Quante volte cerchiamo di incasellare Dio dentro i nostri schemi. Dentro alle attività, alle programmazioni, alle sacrestie. Sempre per il principio di relatività generale di Einstein, cambiando il punto di riferimento sistematico cambiano anche i connotati relativi. Pertanto da un punto di vista umano un pezzo di pane, resta sempre un pezzo di pane; ma dal punto di vista divino (e se Dio è Dio lo può fare benissimo) è possibile che un pezzo di pane si trasformi nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo, seconda Persona della Santissima Trinità ora attualmente presente alla destra di Dio Padre. Si, è possibile. Perchè è importante la Messa? Per una devozione? Perchè bisogna andarci? (e chi l’ha detto?) Perchè sussiste un ribaltamento epocale. Mentre i pagani, e anche gli Ebrei, uccidevano animali per ingraziarsi Dio; ora è Dio che per salvare noi si è lasciato scannare come un capretto, si è lasciato “mangiare” dal branco di lupi che lo circondava, e si lascia continuamente mangiare da coloro che ricevono la santa Eucarestia (che tanto pecorelle non siamo). Un Dio che si fa mangiare. Allucinante. Ma questo, anche se effettivamente, per i cristiani accade, il tutto deve essere riferito al sistema di riferimento relativo. Se per me quel pezzo di pane è un pezzo di pane, rimane un pezzo di pane; se è un segno, gli darò l’importanza del cartello stradale che mi rinvia a un tempo futuro, se invece è un simbolo (syn-ballo, mettere insieme) significa che in quel pezzo di pane c’è tutto Dio, la storia, il passato, il futuro, i miei nonni che sono morti, il Francesco che sono chiamato ad essere, quello che sono stato, gli errori che ho fatto, e quelli che farò, le canzoni, il jazz, le ribellioni, il volontariato, gli amici, l’Amore. Quello no. Non muore mai. alla fine della vita saremo ricordati sull’Amore. Non sui soldi, non sulle conquiste. Non sulle macchinazioni. Solo l’Amore (e lo metto con il maiuscolo non a caso) Resta.

"Se anche parlassi le lingue
Degli uomini e degli angeli,
ma non avessi Amore,
sarei come il bronzo che risuona
o il cimbalo che tintinna.
E se anche avessi il dono
Della profezia e conoscessi
Tutti i misteri e tutta la scienza;
se anche possedessi
una fede così grande
da trasportare le montagne,
ma non avessi Amore,
io non sarei nulla." (San Paolo, ai Corinzi)

Eccoci in ripartenza da Burgos, sono solo, passo la periferia per uscire dalla città e nel pomeriggio mi voglio fermare in un paesino poco distante da Burgos: Rebè de la Calzada (chiamato dal romano Rebbè de la cazzata). Arrivo ad un albergue privato (un po’ più caro e tranquillo rispetto ai municipali o donativi) e mi sistemo. Ci sono una comitiva di ciclisti (che finiscono il Cammino in 2 settimane andando ovviamente ad un’altra velocità) e una coppia di giovani tedesca simpaticissima: Yussus (o una cosa del genere) und Liza.

Avevano cominciato il cammino da Burgos, erano molto infervorati per questa nuova avventura. Il giorno dopo riprendiamo il cammino e durante la seconda tappa litigano a morte e la sera stessa riprendono il bus per Bilbao per tornare in Germania.

Liza e Yussus.

In effetti il cammino, se mette alla prova il camminatore singolo, mette a durissima prova la tenuta della coppia. Per l’appunto, o scoppia, o si cementa ancora di più. Non ci sono troppe zone di privacy nel cammino. Ti spoglia ed emerge chi sei.

Comunque la sera, dopo aver mangiato andiamo in paese (circa un centinaio di abitanti dove c’è una festa paesana) nel bar alcuni uomini stanno giocando ad un gioco tipico spagnolo. Non ricordo se con delle carte o con delle biglie… Avendo beccato una wi-fi comunale faccio una video-chiamata a casa dove faccio vedere le trivialità del cammino ai miei genitori.

Si riparte ancora. E riparto solo. In compagnia il cammino è più facile. Essendo stato una mezza giornata in più a Burgos mi sono perso anche quelli che erano della stessa lunghezza d’onda di camminata. Pertanto mi ritrovo nel deserto, solo con una vescica sul piede destro che si sta allargando a vista d’occhio. E fa un male bestia.

La meseta.

Verso l’ora di pranzo, stanco sfinito, vedo sbucare come in un miraggio il campanile di una chiesa dal terreno brullo. Era stata costruita in una depressione del terreno per essere riparata dal vento. Arrivo ad Hontanas. Devo “custodire” la vescica e mangiare. Cosa fare prima l’uno o l’altro? Prima il dovere e poi il piacere; oppure prima l’igiene e poi la mastica? (che viene sempre dopo la mistica?)

Seguo la seconda via. Cavo le scarpe, i calzini tecnici, ma non troppo, infatti, ecco il risultato:

La sera prima mi era stato consigliato di mettere un compeed (ovvero un cerotto che dice abbia la funzione di asciugare e rallentare l’evoluzione delle ampollas. Le vesciche. Ma a ben vedere sembra che sia stata la vescica ad essersi mangiata il compeed. (sto facendo pubblicità negativa, me ne rendo conto; la ditta compeed mi scuserà; ma comunque sia gli sto facendo pubblicità. L’episodio mi ricorda un prete di S. Giustino umbro che lasciava la gente bestemmiare dato che si trattava di propaganda per il Signore…)

Qui si apre un dibattito. Essendo in un paese democratico vi domando: Come trattate le vesciche? Le vie d’uscita sono tre. A) VERSIONE DURO A MORIRE- Lascio la vescica com’è, se c’è è perchè ci deve essere per la salute del tuo piede. Un po’ come la presenza delle cimici nel cerchio della vita, o come Pilato nel Credo cattolico… Non prendo questa strada… dovevo pur far qualcosa…B) VERSIONE PICCOLO INFERMIERE: Nel cammino ti fai un corso accelerato di chirurgia, o norcineria, in cui emergono forbicine, bende, garze, pelle che viene, pelle che va; disinfettanti, Betadine 10% soluzione cutanea. ne avrei avuto bisogno ma in quel momento non c’era nessuno che ce l’avesse e la farmacia più vicina (se aperta) era molti chilometri più avanti. Due tappe dopo. C) VERSIONE SPURGO: Un’altra filosofia ancora utilizzata è quella del filo. Mi sono affidato a questa. Il filo permette al liquido sieroso (mentre io ero serioso) di uscire lasciando contemporaneamente lo strato di pelle che protegge ancora la pelle viva; l’interno però potrebbe essere infettato dal filo stesso. La sera dopo, la ferita divenne violacea, per fortuna dopo 2 tappe trovai il Betadine e ne ebbi un gran giovamento.

La sera mi trovo in un ostello da sogno con persone fantastiche: Ginevra e Teresa.

Ginevra de Roma, e Teresa di Calabria. Il luogo dove pernottiamo ha dell’incredibile. Un rifugio costruito all’interno di una chiesa, la chiesa di Sant Anton, in rovina. Il rifugio, donativo, spartanissimo, acqua fredda e senza elettricità. Pertanto cena, zuppa d’aglio a lume di candela e stop.

A Sant Anton, mentre si chiacchiera del più e del meno si presenta un personaggio che torna da Santiago:

Pellegrino diretto a Gerusalemme!!!

Era andato a Santiago dal nord europa ed ora si dirigeva a Roma con l’intenzione di andare a Gerusalemme. (in tempi di quarantena da Corona Virus mi ci viene da ridere, in quanto le nostre tappe attualmente sono, camera, poi vado in bagno, cucina in previsione di andare fuori in terrazzo a prendere una boccata d’aria…).

Un tipo del genere lo incontrai un anno fa a Firenze (mentre ero ad un convegno missionario), fattomi conoscere da Franco Alessandri, colui che ha inventato il Cammino Tiberino da La Verna ad Assisi. Passando per Canoscio. Lui è Francisco Sancho Pellegrino; vi giro il sito internet su cui potete dare un’occhiata: http://www.boanerges.es/index.php/it/

(non a caso si è chiamato boanerghes, figlio del tuono) ha girato in lungo e in largo l’Europa, lungo le antiche vie di pellegrinaggio, la sua ultima impresa partire da Santa Maria di Leuca, Santiago, nord europa per poi ritornare sarebbe dovuta essere lunga 10.000 km. Purtroppo il cammino si è interrotto in Belgio a causa delle limitazioni connesse al coronavirus.

Si ricomincia a camminare. Il luogo successivo è Boadilla en el camino. Questo ostello al contrario del precedente si può considerare un 5stelle. Ha una piscina con intorno pratino, dove, dopo una giornata di cammino è stata una goduria farsi due bracciate a nuoto. Nel paesino, molto bello, le cicogne sono solite fare nidi sui tetti.

La foto non è mia.

La vescica va un po’ meglio e la tappa successiva è Carriòn de los Condes. Nel frattempo ripartiamo verso l’alba. Questo è uno degli scenari tipici di queste zone:

Per riuscire a trovare posto al rifugio successivo, è utile partire non troppo tardi, anche perchè dalle 12.00 in poi il sole comincia a picchiare forte. Ma soprattutto perchè gli Americani si svegliano alle 5.40 della mattina fregandoti il posto. Mi ricordo che in una delle tappe della fase 1, ero in camerata da 20 persone con Mauro. Alle 5.40 una ciurma di americani si sveglia e comincia a fare le valigie: torce accese, beauty case che si aprono chiudono. SCRRR, toc, uh, ah, (SHHHH questo era di Mauro che li invitava al silenzio); ancora SCRRR, toc, uh, wuahaw (sbadiglio), SHHHHHH (ancora Mauro); ma loro imperterriti niente, SCRR, toc, uh, miao (non c’entra niente ma mi ci piaceva), wuauaua e stavolta Mauro sbotta con accento Mantovano: “MA DOVE CAZZO ANDATE? ALLA GUERRA!?!?!”

Chiesa Templare di Santa Maria la Blanca – XIII sec.

Prima di arrivare a Carriòn è necessario fermarsi a visitare questa Chiesa: Villalcàzar de Sirga. Si dice che molti pellegrini in cammino verso Santiago furono guariti in questo posto per l’intercessione della Virgen Blanca. Ero incuriosito nel vedere questa chiesa anche perché fu citata da Alfonso X El Sabio, re di Castiglia e Leòn, e poeta, nelle sue cantigas. Queste erano delle canzoni con testo di ispirazione religiosa. Faceva parte di quel filone di devozione popolare che interessò anche l’Italia nel XIII secolo. Dalle nostre parti ricordiamo le laude (genere a cui appartiene, anzi sembra fare da apri-pista il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi); tra queste le più famose sono raccolte nel laudario di Cortona (AR); nelle vicinanze di casa mia. E nel frattempo a Perugia venivano a formarsi i flagellanti. Mentre dalle nostre parti e in Spagna si cantava, a Perugia si percuotevano. (ognuno ha i suoi gusti, come disse quello che si soffiava il naso con due mattoni).

E’ interessante il fatto che questi sono esempi di interessamento e di partecipazione popolare alla vita e ai temi religiosi. Si vennero a creare quasi come “alternativa laica” in un contesto religioso in cui probabilmente i “laici” non avevano troppa voce in capitolo.

Arrivati a destinazione, Teresa, da buona massaia del sud cucina per tutti e non solo, prepara assieme a Natalie (americana che probabilmente non aveva mai visto una cosa del genere) una home-made-pasta (pasta fatta in casa): La foto dice tutto:

L’ostello lascia un po’ a desiderare. Ma comunque facciamo caciara con le ragazze, Antonio (mi sembra che faceva il cammino perchè aveva scoperto un tumore) e Joachin.

Ripartiamo, ancora e fu sera e fu mattina… non mi ricordo a che giorno sono arrivato.

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